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Publié le 12/12/2007 à 17:56
Par antoniomontanari
Tirato per i pochi capelli che ho in testa (dove la confusione regna sovrana come dimostra il lapsus di ieri, avendo scritto l’errato Ruggero al posto dell’esatto Francesco), sono costretto a tornare su Bacone, con nessuna autorità, ma soltanto per impegno morale dopo quello che ho letto in alcuni commenti.
Francesco Bacone è fra i costruttori della nuova immagine della Scienza: cfr. il cap. 2 del volume «Dalla rivoluzione scientifica all’età dei lumi», testo di Paolo Rossi (p. 44, ed. TEA, 2000). Qui leggiamo anche che Copernico nel difendere la centralità del Sole «invoca l’autorità di Ermete Trimegisto» (p. 47). La storia della Scienza non è un percorso lineare tipo supermercato, dove tutto si trova (fino a che non cambiano l’ordine negli scaffali…).
Dividere lo scienziato dal filosofo, per me è molto difficile. Non credo che sia un’operazione facile per nessuno. Sopra una persona non sappiamo percentualmente quale sia l’influsso ‘genetico’ del padre e quale quello della madre (vedasi Mendel). A meno che non si faccia come nelle scenette di litigio domestico, dove uno dei due coniugi rimprovera all’altro le corbellerie di «tuo figlio»…
Quanto alla storiella del Bacone «ottuso», beh, ognuno può raccontare le balle che vuole se prescinde dagli scritti della persona che si accusa. Ma questo non è un metodo scientifico. Al primo corso di Filosofia teorica ebbi come docente uno spiritualista rimasto del tutto ignoto sia ai posteri sia ai contemporanei, il quale amava spiegare che soltanto lui aveva compreso l’essenza del pensiero greco. Insomma secoli e secoli di storia della filosofia erano da lui buttati nel cesso, con quella leggera piega del labbro che si forma davanti ad oggetti non propriamente profumati. Per cui a lui si addiceva la massima «dalla escatologia alla scatologia il pensiero corre veloce».
In un commento ritrovo l’atteggiamento che 50 anni fa caratterizzò «Le due culture» di Sir Charles P. Snow (1905-80), fisico e scrittore inglese, un volume ristampato anche nel 2005. Da vecchio (aspirante) umanista, non trovo nulla che vieti di conciliare scienza e filosofia in un percorso che è comune nella storia della cultura. Ne ho scritto qualcosina a proposito di un testo del 1600, di un galileiano che si accorge però come sia difficile leggere tutto e subito nel libro della Natura (riassumo un concetto più ampio). Se qualcuno desidera avere il testo in formato .doc per mail mi scriva, e sarà esaudito.
Non capisco, lo dico con franchezza, il gioco di parole che dal bacon porta alla mortadella, e poi la chiusa sui quattro Maestri, rei di non averci informato che Bacone era «ottuso».
Quando si discute di persone di alto livello come sono o sono stati i quattro docenti che ricordavo, beh, gradirei che il lettore che commenta lasciasse perdere le spiritosaggini e discutesse seriamente.
Parlare di Storia medievale o di letteratura del Cinquecento non significa dimenticare la dimensione “contemporanea”, ma non riguarda né l’euro (che ci ha salvato da un’inflazione che sarebbe stata tremenda) né la gestione delle Coop (l’altro ieri ho comprato a 29 euro, con sconto socio, un telefonino uguale a quello pagato 49 in negozio l’estate scorsa…).
Le citazioni di Anna Rosa Balducci da un testo che ho letto tempo fa con grande attenzione, «L’etica del lettore», è la più ampia dimostrazione di quell’umanesimo di cui parlano le persone serie come Ezio Raimondi. Cioè una visione della vita che non sia egotista contemplazione del proprio ombelico, ma senso di partecipazione a qualcosa che coinvolge anche l’«altro»: «Non si dà vero dialogo col testo senza avvertire la responsabilità dell’altro in sé». Ripeto: «responsabilità dell’altro in sé». E non si pensi che siano cose secondarie o ininfluenti. Se le si comprende, si ragiona a tono. Altrimenti è meglio lasciar perdere.
«Cosa dire?» dei quattro illustri Maestri, si è chiesto un lettore. Io so che cosa dire, lui ha saputo soltanto deriderli, con la tecnica del lupo della favola che dice all’agnello di essere stato offeso da suo padre… [«Repulsus ille veritatis viribus: / "Ante hos sex menses male - ait - dixisti mihi". / Respondit agnus: "Equidem natus non eram!" / "Pater, hercle, tuus - ille inquit - male dixit mihi!"»]. Scherziamo con i fanti e basta.
Publié le 11/12/2007 à 18:25
Par antoniomontanari
«Purtroppo inesatta» è l’immagine di Francesco Bacone presentata dall’enciclica papale «Spe salvi». Lo scrive il supplemento culturale «Domenica» del «Sole-24 Ore» del giorno 9 dicembre 2007, nel sottotitolo del pezzo composto dal prof. Paolo Rossi. Il quale è uno dei maggiori studiosi di Storia della Scienza in tutto il mondo, non soltanto in Europa. Non ho la pretesa di riassumere cose che Rossi spiega in maniera molto chiara, come sua consuetudine. Segnalo soltanto alcuni punti del suo articolo, sperando che a qualcuno venga la voglia di leggerlo integralmente.
Le considerazioni pontificie, dunque, non «sembrano accettabili», secondo Rossi. Bacone, facendo la distinzione fra magia e scienza, conclude che «il fine della scienza» non ha a che fare con l’orgoglio e l’ambizione (come per la magia), ma riguarda «il benessere di tutti i viventi, è la carità». Bacone «non pensa per nulla all’esistenza di un rapporto necessario fra aumento del sapere-potere e crescita morale».
Per Bacone, «la tecnica è ambigua per essenza», perché (sono parole dello stesso Bacone), «può produrre il male nel contempo offrire il rimedio al male»: «faciunt et ad nocumentum et ad remedium». La citazione è presa da «De sapienta veterum» (1609). Dove si narra la storia di Dedalo che per consentire a Pasife di accoppiarsi con un toro (e poi, commento mio, parliamo di corruzione contemporanea, relegando il peggio nella mitologia…), costruisce una macchina adatta alla bisogna. Ecco un esempio di invenzioni applicate al male…
Conosco il prof. Rossi da circa 45 anni, è stato mio docente di Storia della filosofia al Magistero di Bologna, nella sua materia mi sono laureato discutendo una tesi che ha avuto come controrelatore l’italianista prof. Ezio Raimondi, altra figura di studioso conosciuta in tutto il mondo. Fummo molto fortunati ad avere quali insegnanti delle persone come loro due, ma voglio ricordare anche Luciano Anceschi (Estetica), Giovanni Maria Bertin (Pedagogia) e Gina Fasoli (Storia medievale e moderna). Sono nomi che ritrovate in ogni testo che riguardi le loro discipline, tanto alto è stato il loro contributo alla cultura italiana.
L’intervento discreto ma fermo di Rossi su Bacone documenta come spesso, nella trattazione di un argomento, si prendano rappresentazioni non corrispondenti alla verità empirica di quello stesso argomento. A questo aspetto sono dedicate le righe conclusive del testo di Rossi che spiega come l’immagine deformata di Bacone sia nata esattamente sessanta anni fa con la «Dialettica dell’Illuminismo» di Horkheimer e Adorno.
Publié le 09/12/2007 à 18:06
Par antoniomontanari
Scoperta dell'acqua calda nelle ultime ore per la questione della cosiddetta norma «anti-omofobia» approvata in Senato. Il ministro Giuseppe Fioroni in un'intervista al «Corriere della Sera» di oggi ammette che la lotta contro le discriminazioni «si fonda sulla Costituzione». Questo non significa per lui essere in disaccordo con la sen. Binetti. Anzi. La norma, spiega Fioroni, va eliminata perché «si presta ad alimentare dibattiti ideologici e tensioni dietrologiche senza nulla aggiungere in concreto alla lotta contro la discriminazione». Come giustificazione non è molto logica, ma pazienza. Se dobbiamo eliminare una norma ogni volta che essa può provocare dibattiti e tensioni, siamo a posto. Nell'anarchia totale. Alla Costituzione ha rimandato anche l'editoriale di oggi di Eugenio Scalfari su «Repubblica». Quella norma «tende a dare attuazione con legge ordinaria ad un principio essenziale stabilito dalla Costituzione». Appurato ciò, resta il fatto che chi ha scritto il decreto ha commesso un piccolo errore richiamando l'art. 13 del Trattato di Amsterdam. Si tratta invece dell'art. 2 comma 7, diventato articolo 6A dei Trattati costitutivi dell'Unione Europea. Le due frasi (di Fioroni e Scalfari) sugli agganci alla Costituzione della norma che la sen. Binetti considera una minaccia di «strangolamento delle coscienze», sono un po' come l'utile scoperta dell'acqua calda per quanti sinora non se ne erano accorti. Non per disattenzione, ma per alterare il senso del discorso politico. Nel quale va inserita una postila circa i casi Forleo-De Magistris, con quanto Luciano Ferraro osserva sul «Corriere della Sera»: «Per ora l'unica certezza è statistica: due magistrati su due che si occupano di importanti esponenti del centrosinistra sono finiti sotto tiro di Cassazione e Ces. Una percentuale del 100 per cento». Due novità della giornata. Che capovolgono le situazioni finora prefigurate. Fini accusa la proposta di riforma di legge Vassallo di essere una truffa, ed il cavaliere di essere giunto ormai «alle comiche finali». C'è poi l'appello del vecchio dissidente comunista Ingrao alla Cosa Rossa per l'unità della sinistra: «Fate presto! Fate presto perché la vostra unità urge, il Paese ne ha bisogno e perché abbiamo davanti a noi quella che è la condizione tragica del lavoro in Italia». Rimando a domani, per motivi di spazio, un altro tema, la replica del prof. Paolo Rossi al pontefice sulla questione di Bacone come teorico della perniciosa «fede nel progresso»: è pubblicata nel supplemento domenicale odierno della cultura nel «Sole-24 Ore». Rossi dimostra che le considerazioni papali non sono «accettabili» proprio in base ai testi di Bacone. (Sul rapporto teologia-scienza, merita di essere riportato questo pensiero di Anna Rosa Balducci: «Qualunque discorso sulla scienza dovrebbe stare dentro un ospedale per lungodegenti, almeno un mese, prima di essere pronunciato».) Fonte anti_bug_fck
Publié le 08/12/2007 à 19:03
Par antoniomontanari
Onorevole Vannino Chiti, lei ha promesso di far cancellare la cosiddetta norma «anti-omofobia» nel decreto legge sulla sicurezza, perché «fa riferimento al Trattato di Amsterdam in un modo che si presta ad equivoci». Il Trattato di Amsterdam all’articolo 13 rende gli Stati liberi di «prendere provvedimenti opportuni per combattere le discriminazioni sul sesso, la razza o l’origine etnica, le religioni o le tendenze sessuali». Quella norma non è «anti-omofobia», è contro le discriminazioni di qualsiasi tipo che esistono (eccome) nel tessuto sociale di molte regioni italiane, così come una volta si potevano leggere cartelli tipo «Non si affitta a meridionali». Quella norma c’è pero già nella nostra Costituzione, art. 3, primo comma. Ma nessuno se ne ricorda: «Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali». Dunque ci dobbiamo aspettare un prossimo passo di tipo costituzionale, con la revisione di quell’articolo e di quel comma? Suvvia, signori del Parlamento, non riduciamo i discorsi seri a motivi di bagarre elettorale, anzi pre-elettorale. Si vuol far cadere il governo Prodi, si vuole una nuova convocazione alle urne, ci si adopera nel progetto del grande centro nella speranza che i portavoce dell’integralismo riescano ad imporre un governo “moderato” senza Berlusconi. Va bene, è più che lecito, legittimo, quasi ovvio, forse inevitabile, anzi sicuramente certo, etc. Ma per favore non spacciate per norma «anti-omofobia» una regola di civiltà che riguarda tutti i comportamenti. Ma poi, vorrei sapere, che cos’è tutta questa fobia dell’anti-fobia? Non ci sono più gli psicanalisti di una volta, a spiegarcelo… A proposito. La senatrice Paola Binetti, ha parlato addirittura di uno strangolamento delle coscienze tramite quella norma. Inquietante. L’«Avvenire» di stamani è stata sincera ma altrettanto allarmante (per sua ammissione): «Il primo allarme scaturisce dal tentativo pervicacemente condotto di equiparare le tendenze sessuali alle differenze naturali, ad esempio di sesso e di etnia, elevando le prime ad una 'qualità' antropologica che non hanno e non possono avere, e ciò nell’interesse di tutti, in primo luogo delle persone omosessuali. C’è qui una sorta di 'fissazione' in base alla quale la personalità di ciascuno sarebbe determinata non solo e non tanto da quello che egli «è», ma piuttosto dalle pulsioni sessuali che eventualmente decide di assecondare. S’insiste sulla presunta necessità di porre un freno all’«omofobia», ma si arriva a sospettare persino della difesa del matrimonio monogamico quasi che fosse in se stesso un delitto di lesa maestà». (Articolo esemplare per impostazione e svolgimento: si parte da un episodio particolare e si ipotizza una catastrofe generale della morale… come all’epoca della legge su divorzio.) Condivido quanto scritto stamani sulla «Stampa» da Franco Garelli: «La vera sfida che attende anche i politici credenti è quella del pluralismo, della capacità di affermare e di "concretizzare" i grandi valori in un contesto in cui si vivono condizioni e orientamenti diversi, ove più nulla è dato per scontato. Ogni area culturale è chiamata a dare il proprio contributo progettuale per arricchire e dar risposte alle diverse situazioni e promuovere più larghe convergenze». Senza pluralismo non c'è democrazia. E se non c'è democrazia né Chiesa né religione possono dignitosamente agire senza compromessi. Il sociologo prof. Giuseppe De Rita nel consueto rapporto del Censis (creando ogni anno una formula efficace per fare il ritratto dell’Italia), ha presentato per il 2007 l’immagine della «poltiglia». Dario Di Vico sul «Corriere della Sera», al proposito ha parlato di una società politica a cui mancano i contenuti e che attinge ai manuali di marketing. Sullo stesso giornale, a proposito del caso-Forleo, Piero Ostellino ha scritto che in Italia il potere è detenuto dalla banche e che il magistrato in questione non ha usato «le cautele, le furbizie e le opportune ambiguità della politica». Mi sembra che il caso della norma che lei on. Chiti ha promesso di cancellare, rientri in questo quadro deprimente della poltiglia, della politica che attinge ai manuali di marketing, e che si caratterizza per «le cautele, le furbizie e le opportune ambiguità» di cui ha scritto Ostellino. Pensi ad una città che lei ben conosce, Firenze, ed a che cosa è successo alla Società Dante Alighieri. Glielo spiega il prof. Emilio Pasquini: «Una cordata di politici e di presunti studiosi mi ha defenestrato con un colpo di mano per nominare un nuovo consiglio direttivo ed un nuovo presidente» (il vecchio era ovviamente lui). Il prof. Pasquini ha spiegato il problema apertis verbis non essendo un politico. Noi ne ricaviamo l’amara constatazione che nemmeno padre Dante ed i suoi studiosi sono lasciati in pace da queste cordate di uomini appartenenti ai partiti e che sponsorizzano «presunti studiosi». Ostellino ha citato una frase di Hobbes: «Auctoritas, non veritas, facit legem». Che la denuncia di questi vezzi e vizi provenga dalla colonne del maggior quotidiano conservatore del nostro Paese, la dice lunga sull’imbarbarimento in cui siamo stati ridotti, immersi in quella «poltiglia» che la decenza ci impedisce di chiamare con il suo vero nome, uscendo dal seminato scientifico del Censis ed entrando nell’umile linguaggio che anche Dante usa: Inferno, XVIII, 116. Trovare per leggere… anti_bug_fck
Publié le 05/12/2007 à 19:02
Par antoniomontanari
Se la dottrina politica si riduce alla parodia delle favole, dobbiamo essere grati agli illustri studiosi che ci facilitano la comprensione dei misteriosi sistemi elettorali italiani. Dunque sia lode al prof. Giovanni Sartori che stamani sul «Corriere della Sera» ha illustrato la sua teoria del «ricatto dei nanetti». Questa parola vuol soltanto indicare le piccole formazioni politiche. E non disprezzarle. Se fosse Veltroni, Sartori direbbe a Prodi che la colpa della crisi di questi giorni è esclusivamente sua, del presidente del Consiglio: «Se tu usi i nanetti per ricattarmi, io non ci sto. I nanetti sono tuoi, sei tu che te li sei coccolati e messi in casa». Chiedo scusa, ma a questo punto mi si è messa in moto la fantasia: e mi sono immaginato Romano Prodi che come Biancaneve guida la combriccola dei Sette Nani e li vezzeggia solleticandoli sul mento o facendo loro un affettuoso buffetto alle guance. Da Biancofiore a Biancaneve il passo è ovviamente breve, in quest'Italia da favola, ovvero con questa politica che si rallegra soltanto quando può inventare qualcosa che evade dalla monotonia del vivere quotidiano. Aumenta il pane, cresce la pasta, si fa fatica ad arrivare a fine mese? Beh, non avvilitevi, c'è chi sta peggio. Da Biancofiore a Biancaneve, Romano Prodi sarebbe messo proprio male. Lui, il pedalatore appenninico, lui che qualcosa ha fatto per quell'Europa sognata nel dopoguerra per un futuro senza più guerre continentali, lui deve finire avvelenato con una mela? E chi sarà il principe azzurro che arriverà a svegliare Biancaneve? Non so immaginare Bertinotti nel gesto soccorrevole, dopo aver detto a chiare lettere che insomma, questo governo gli fa quasi schifo. Forse anche per questo particolare è difficile considerare lo stesso Bertinotti come un «nanetto» vezzeggiato e coccolato, in mano a Prodi, quale appare al prof. Sartori. Bertinotti non ce l'ha su con Prodi, l'oggetto del suo desidero è Veltroni. Lo sgambetto vuole far cadere il patto Silvio-Walter, vuole troncare sul nascere le speranze di governare l'Italia con un abbraccio che spiace a molti, non soltanto al presidente della Camera ed ai nanetti di cui parla il prof. Sartori. Questa sera Berlusconi ha attaccato Casini. Lo ha accusato di aver «ucciso» la Casa delle Libertà. Per essere anche Casini uno di quei «nanetti» che proliferano pure a destra, beh non sarebbe stata un'impresa da poco. Ed infatti il Cavaliere teme che tra amici del Biancofiore possa esistere una solidarietà capace di spostare Casini nel Pd come già avvenuto per Follini. Va a finire che la vera Biancaneve da avvelenare nella nostra favola suggerita dallo scritto di Sartori, è proprio lui, il Pierferdy, bolognese come il Professore, ex democristiano come Prodi, giovane di belle speranze come Veltroni. A questo punto sembra di essere entrati in una di quelle storielle che si dicevano da «Grand Hotel», dal titolo di un settimanale celebre per i suoi fotoromanzi. Stesso clima, stessa sceneggiatura, stessa finzione. Non c'è nulla di nuovo in queste parole di Berlusconi. L'elenco dei «cumunisti» si è allungato, ma era da prevedere. Vi compare anche il nome di Casini, con la profezia che il Signore di Arcore ha fatto: la «Cosa bianca» di Casini finirà prima o poi a sinistra. Una di queste mattine Silvio si sveglierà e interrogando lo specchio («Specchio delle mie brame, chi è il più votato del reame?»), terrà un applaudito comizio: «Chi parla di Popolo è il solito compagno erede di Lenin, Stalin, Togliatti e Prodi». Poi vide un suo manifesto sul suo «Partito del Popolo». E cercò la mela avvelenata da portare all'on. Casini. Cala la tela. RIS/posta Ringrazio gli amici intervenuti nelle ultime ore a commento del post precedente: mi lusingano e commuovono le loro parole di stima e di affetto. Grazie dunque ad Irene Spagnuolo e ad Anna Rosa Balducci. Per Emilio, aggiungo anche che non vedo in Italia gravi minacce laiciste. Ce ne potevano essere un tempo, nell'immediato dopoguerra, ma Togliatti risolse il problema inserendo i patti lateranensi (fascisti) nella Costituzione repubblicana. Oggi c'è in giro una stranissima aria che suona una presa in giro sia per il pensiero laico sia per quello cattolico apostolico romano. (Leggere «Fratelli d'Italia», un volume recente di Ferruccio Pinotti.) Se ad un convegno massonico sull'eutanasia interviene un personaggio di spicco «amico fraterno» dell'organizzazione promotrice, e nello stesso tempo (futuro) diacono di un sacerdote (oltretutto sotto indagine giudiziaria), beh, c'è forse più da ridere che pensare a serie minacce laiciste... Bisognerebbe rileggere le pagine di don Francesco Fuschini sull'umanità ed onestà intellettuale dei poveri «mangiapreti» romagnoli d'un tempo che lo avevano aiutato, lui povero figlio di un fiocino delle valli ferraresi, a pagare la retta del seminario. Quei «mangiapreti» che onoravano i loro avversari dedicandogli persino un tipo particolare di minestra o pasta (come dicono i più raffinati), chiamata «strozzapreti». Un appunto extra-vagante. Un mio illustre concittadino, Achille Serpieri (1849-1909) sintetizza così il suo «credo», in chiusura delle proprie memorie: «Vuoi vivere e star bene? / Passa il tuo tempo nelle Sacrestie, / E grida sempre viva Papa, Re, e le Spie». Serpieri sì che era un laicista. Ma quanta ragione aveva. E soprattutto ne ha ancora oggi. Parola d'onore, ve lo garantisco. Fonte
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