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Publié le 25/11/2007 à 19:17
Par antoniomontanari
Il «modello Sarkozy» è proposto per l’Italia da Mario Monti in un editoriale di oggi sul «Corriere della Sera». Se la Francia potrebbe suggerire un progetto politico per risolvere tutti i nostri problemi, è alla Germania che si guarda per il sistema elettorale, con una spruzzatina di tipo spagnolo. Ha riassunto efficacemente Michele Ainis il 21 novembre sulla «Stampa»: «Pasticci forieri di bisticci». Per cui «se non hai tre lauree in tasca, non ci capisci un fico secco». Sembra che in Italia, tolte le auto, le scarpe ed i vestiti, ora non sappiamo più fare nulla. Non siamo internazionalisti per convinzione. Ma per mancanza di idee. Per quindici anni hanno spiegato che col proporzionale l’Italia era andata in malora, e che il bipolarismo l’aveva salvata. Signori, avevamo compreso male. Forse. Adesso si torna al proporzionale. Per fare che cosa, non lo sapremo mai. Forse per far passare altri quindici anni. Dopo di che, diremo da capo che occorre passare al bipolarismo. Fate vobis. Tanto noi cittadini siamo cortesemente esclusi dalla partecipazione. Oggi Lucia Annunziata scrivendo dei «fratelli coltelli» Silvio e Gianfranco, ovvero Berlusconi e Fini, ha ripreso da un saggio di Angelo Melloni una citazione: «l’anomalia italiana è che si sia confusa la destra con Silvio Berlusconi». Ma la storia è fatta di anomalie, non di fattori logici. Era il buon Hegel a dire, in un passaggio (divenuto famoso, ma secondario di un suo testo), che «ciò che è razionale è reale». Provate a dirlo a chi ha vissuto i gulag ed i lager. Piero Ottone il 21 novembre ha pubblicato su «Repubblica» una «Lettera a Berlusconi» da cui cito il finale: «Pensi solo alla tua persona, al tuo successo, alle tue vendette. […] Confermando così che la tua avventura è stata, per il nostro paese, un immane disastro». Oggi re Silvio vorrebbe solo due partiti, insomma come Rai e Mediaset. Ovvero intercambiabili ed alla bisogna vasi comunicanti. Con lo stesso liquore. Stiamo attenti a non scontentarlo troppo: potrebbe chiedere i danni, come i signori Savoia. Ai quali potremmo mandare le cartoline paesaggistiche dell’Italia bombardata: il nonno Sciaboletta non ne ha avuto nessuna colpa? Ieri su «Repubblica», Salvatore Borsellino ha ricordato i poliziotti della scorta che morirono con suo fratello Paolo, proteggendone il corpo da una devastazione che colpì invece i loro. È una lettera molto dura che andrebbe studiata nelle scuole. Un solo particolare. Lo «Stato che mi vergogno di chiamare con questo nome» ai genitori di Emanuela Loi, uccisa con i colleghi in quell’attentato, ha richiesto il costo del trasporto della sua bara da Palermo a Cagliari. Modello italiano? Ieri al corteo delle donne, alcune ministre e deputate sono state contestate da poche ragazze. Per quasi ognuna di loro, l’on. Melandri ha trovato un aggettivo: «Arrabbiate, violente, sciagurate, cretine». Poi ha tirato un sospiro di sollievo, aggiungendo: «E poche». Nelle foto, la manifestazione delle donne a Roma, e la protesta degli studenti francesi contro Sarkozy a Parigi Fonte
Publié le 23/11/2007 à 19:29
Par antoniomontanari
Il post di ieri «Certe nonne» è oggi segnalato in home da Stampa.it. A questo post si aggancia il nuovo di oggi: «Certe disperazioni». Per puro caso nel post di ieri, «Certe nonne», ho tirato in ballo la virtù della speranza. È di oggi l'annuncio che il 30 novembre sarà pubblicata la seconda enciclica di Benedetto XVI, intitolata «Salvi grazie alla speranza». Coincidenza fortunata, tra il post e la notizia. Il tema della speranza ha però un risvolto tutto umano che non dipende dai teologi soltanto o da un messaggio papale. La speranza deve esser anche controparte della vita sociale di ogni giorno. Ovvero il frutto di una situazione nella quale ogni cittadino possa avere fiducia non soltanto in se stesso, ma anche nelle forze economiche e politiche con le quali viene a contatto nella sua esperienza giornaliera, direi quasi di momento in momento. È molto facile promettere una salvezza ultraterrena, quando tutto può contribuire a rendere infernale il tempo presente. Una notizia proveniente da Pesaro dà la dimensione delle tragedie in cui la speranza non ha più posto, e lo cede alla disperazione. Forse covata lungamente nel silenzio di un colloquio con la propria coscienza. La morte di una figlia (22 anni) gravemente malata, per mano di madre (50 anni), non è un gesto folle. La gente, i vicini hanno detto ai tg che la madre sembrava tranquilla. La maschera che il dolore impone nella vita, a volte crolla all'improvviso, non lascia tempo a niente, arma una mano di un amore che distrugge la propria creatura, con la solenne, tremenda, intima convinzione che sia un gesto grande come lo era stato il mettere al mondo quella stessa creatura. Ogni volta che questi drammi arrivano alla cronaca, bisognerebbe chiedersi: ma che cosa è stato fatto dalle Istituzioni, dalla Società, dallo Stato, dalla Politica per aiutare quelle madri, sollevare con un mano non caritatevole (nel senso che dipende da una scelta individuale e casuale d'aiuto), ma con un gesto soccorrevole, come costante e continua presenza vicino a chi soffre assistendo un malato, e soffrendo ben più del malato stesso. Signori della Politica, anche questa è la vita: nel dolore e nell'angoscia di una madre che dopo 18 anni di malattia della figlia, l'ha liberata dalla sofferenza e poi ha rivolto il coltello contro di sé. Segnalo questo testo: «Tragedia di Pesaro, il grido dei genitori: ''Siamo stanchi, usurati, soli''». Foto Ansa Fonte anti_bug_fck
Publié le 22/11/2007 à 19:21
Par antoniomontanari
Edmondo Berselli nel suo ultimo libro, «Adulti con riserva», fa una gustosa ricostruzione autobiografica ed un brillante affresco dell’Italia nei primi anni Sessanta. Ci sono due passi che desidero riprendere, ricollegandomi al post di ieri, «Stato e Chiesa». Eletto papa Montini, la nonna materna di Berselli, «vecchia socialista timorata di Dio, andò apposta a confessarsi dal parroco in persona per confidare che la addolorava molto, il signor parroco non aveva idea di quanto le dispiacesse, ma questo papa non le piaceva proprio, e non sapeva che farci» (pag. 52). Poche righe dopo, nella pagina successiva, Berselli parla in prima persona di un mese mariano e di un frate predicatore che dal pulpito tuonava contro le tentazioni moderne offerte ai giovani. Gote accese ed occhi infiammati il frate si lancia «in un’intemerata contro i peccatori moderni, i nuovi eretici», individuando la causa di tanto scandalo nella «fotografia di quello sgorbio ermafrodito e rosso… Rita Pavone!» posta al luogo dell’immagine della Vergine nelle camerette dei ragazzi, sopra i loro letti. Ecco. Davanti ad episodi come questi, possiamo immaginarci le reazioni dei teologi ufficiali, cioè quei tipi che «giudicano e mandano» all’Inferno un po’ come Giuliano Ferrara dai suoi pulpiti cartacei e televisivi. Una severa punizione corporale alla nonna timorata di Dio ma socialista, alla quale non piaceva Paolo VI succeduto a quel buontempone di papa Roncalli. Il rogo per le foto scandalose della cantante tentatrice e corruttrice, secondo il frate predicatore. Berselli scherza. Ma non troppo. Lo dimostra la perfetta ricostruzione storica che sulla «Stampa» di stamane fa Barbara Spinelli, nella seconda puntata della sua inchiesta sulla «Chiesa in Italia, oggi». Non mi permetto di riassumere, cito un passo, a proposito del pontefice attuale: «Tanta inflessibilità non nasce tuttavia solo da sicurezza, come tutte le inflessibilità. È una forza che impressiona e trascina ma scaturisce da un pessimismo che in Benedetto XVI è profondo, e sul quale più volte viene richiamata la mia attenzione. I miei interlocutori mi parlano di vere angosce (alcuni usano la parola ossessioni) che non riguardano solo l'Italia». Una postilla, che non vuole essere irriguardosa ed è senza alcuna pretesa da parte mia, magari intendetela soltanto quale riempitivo per arrivare alla conclusione… Se le «angosce» fanno parte integrante della metafisica, le ossessioni sono un altro paio di maniche. Il teologo può essere angosciato? Ma direi proprio di no, sennò la speranza che virtù teologale è? Tanto meno può essere ossessionato, perché si finisce con l’accennare ad una patologia che contraddice il presupposto metafisico della teologia stessa (vedi la speranza di cui sopra). Ed allora? Se la preoccupazione ‘romana’ è molto terra-terra («La Chiesa e le tentazioni del dopo-Dc», riassume il titolo dell’inchiesta di oggi), cioè riguarda come fare a raggiungere certi scopi che era più facile conseguire con lo Scudo crociato, non vedo motivi di preoccupazione alcuna. Tra baciapile d’antico e nuovo stampo, teo-con in cui la fede è soltanto un trucco ridicolo per prender voti, con una opposizione che non c’è, con un giro di giochi di prestigio (e non nel senso morale di prestigio...) in cui nessuno sa più chi è, Roma non ha nulla da temere. Hanno sfottuto Prodi perché si era definito «cattolico adulto». Oggi Spinelli spiega che «la parola era stata usata già nel '65, ai tempi del Concilio Vaticano II». A molti degli atei devoti e dei sepolcri imbiancati che pretendono di dettare le leggi in nome del Vaticano, bisognerebbe dire che è meglio essere cattolici adulti che adulteri, dato che essi (gli adulteri) vogliono imporre agli altri una morale che poi loro stessi non rispettano.
Publié le 21/11/2007 à 18:31
Par antoniomontanari
Sulla Stampa di oggi è ospitata un'interessante lettera di un lettore, Gianfranco Dugo di Treviso, il quale parla delle «contraddizioni dei teologi cattolici». E segnala come i teologi del Vaticano siano impegnatissimi a dimostrare che l'embrione non vada manipolato. Il punto centrale della lettera ricorda come altri teologi vaticani non si fossero opposti 70 anni fa alle guerre coloniali fasciste, e avessero ritenute giuste le aggressioni a Paesi inermi. Poi, dopo alcune righe, Gianfranco Dugo scrive: «Oggi nessun teologo approverebbe in nome di Cristo quella che venne chiamata la Santa Inquisizione e la schiavitù».
Concordo. La conclusione di Gianfranco Dugo è in questa domanda: «Se la teologia è così contraddittoria perché darle tanta importanza?». Nella domanda si trova la risposta, ovviamente. La teologia si giustifica da sola, non abbisogna di pareri altrui, e da sola si attribuisce un'importanza che essa impone meno brutalmente di un tempo, ma non sempre con quello spirito chiamato di carità cristiana. Occorre per questo considerare attentamente il corso della teologia per evitare che essa possa scardinare subdolamente i fondamenti dello Stato laico.
Oggi Corrado Augias ha ospitato in una trasmissione dedicata al tema «I rapporti tra Stato e Chiesa» la biologa Carla Castellacci (foto) e lo storico Francesco Traniello. Si è parlato di scienza, di diritto e in fin dei conti anche di teologia. Potete vedere il filmato sul sito Rai. Non sto quindi a riassumere. Dico soltanto che la questione dell'accanimento terapeutico e della libera scelta di ognuno, non può essere trasformata da teologi faciloni in atto favorevole all'eutanasia.
Circa l'aggettivo faciloni, applicato ai teologi di oggi, preciso che anche in passato, nelle sentenze dell'indice dei libri proibiti od in quelle di condanna al rogo, non è che i teologi non lo siano stati altrettanto. A loro interessava purtroppo soltanto sostenere il potere politico (di un papa o di un re, non fa differenza). I teologi sono sempre stati funzionali a quel potere. La terra girava intorno al sole, ma loro volevano fermarla. Per questo un papa del XX secolo ha chiesto scusa degli errori commessi in passato dalla Chiesa.
Publié le 18/11/2007 à 18:06
Par antoniomontanari
Caro Antonio Rosmini,adesso che siete stato proclamato beato, non possiamo più ricorrere a voi come esempio di contestatore e di teorico di quella «Chiesa dei poveri» che ha avuto un momento di gloria qualche decennio fa, senza che mai fosse fatto il vostro nome nelle pubbliche piazze. Vi hanno inserito nel «sistema» (altra parola d’annata, se non pure dannata). Vi hanno messo tra gli insindacabili, voi che siete stato a modo vostro e per i tempi vostri un eccelso bastian contrario, sino al punto di meritare ben due condanne ufficiali da parte di Roma. Aveva destato scandalo il vostro libro intitolato «Le cinque piaghe della Chiesa». Uno slogan per i posteri, quando telegraficamente (come si diceva una volta) si voleva riassumere una situazione che non piaceva o (altra espressione antica) «gridava vendetta al cospetto di Dio». Adesso che «Le cinque piaghe della Chiesa» escono in edicola assieme al settimanale cattolico per antonomasia, come se si trattasse di un libro ultraortodosso alla Vittorio Messori, addio contestazione, addio ricordi di polemiche. Quel «lo diceva Rosmini» che suonava elogio dell’eresia pura, adesso corre il rischio di diventare uno spunto per le dotte conversazioni di Giuliano Ferrara. Prima o poi, vedrete, anche voi sarete arruolato fra i suoi autori preferiti, per quel gusto che lo scrittore del «Foglio» ha nell’apparire paradossale e nello stesso tempo convincersi di avere sempre ragione. Vi troverete in buona compagnia: vi faranno oggetto di dibattiti televisivi, e voglio vedere come se la caveranno le soubrette che discettano di tutto e di tutti. Forse sarà necessario spiegar loro che non è il caso di scomodare la loro intelligenza per arrivare sino a voi. A loro non dovremmo raccontare che, dagli atti ecclesiastici della causa di beatificazione, risulta una frase vostra detta alla cognata, di ritorno da un pranzo: «Sono avvelenato». Non bisognerà dirlo neppure a Bruno Vespa, altrimenti correremo il rischio di avere tante puntate della sua trasmissione dal titolo: «Chi uccise Antonio Rosmini?». Dopo Cogne, Garlasco, Perugia, ci mancava pure il vostro pranzo in casa dei nobili Bossi-Fedrigotti, finito con un’acidità di stomaco che voi consideraste un attentato alla vostra vita. Lo sappiamo. Ci sono ancora in giro testimoni della vostra epoca, pronti a dire a Bruno Vespa, che si trattò soltanto di un errore involontario del cuoco. Vi risparmiamo le spiegazioni. Voi di lassù le conoscete già. Aiutateci a non farle conoscere anche a noi. Fonte
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