|
Publié le 16/11/2007 à 18:32
Par antoniomontanari
Atto primo. Giancarlo Fini volta pagina nei rapporti con Berlusconi. Glielo manda a dire con una lettera aperta al direttore del Corriere della Sera di stamani.
AN vuole cambiare strategia ed in fretta. In altre parole, basta con tutte quelle storielle di re Silvio che promette ogni ora di fare cadere il governo Prodi, e poi alla fine non ci riesce mai.Atto secondo. Il Cavaliere risponde a Fini: «Sono l'unico a combattere contro questa maggioranza».Sembra di ascoltare il giovane Leopardi che nella canzone «All’Italia» si guardava allo specchio e, probabilmente sul cavallo a dondolo e con in mano una spada di cartone, prorompeva nel grido fatale: «Nessun pugna per te? non ti difende / Nessun de' tuoi? L'armi, qua l'armi: io solo / Combatterò, procomberò sol io. / Dammi, o ciel, che sia foco / Agl'italici petti il sangue mio».
C’è una piccola differenza. Il Cavaliere ha 71 anni e per dire queste cose si mette davanti alle luci delle telecamere, non agli specchi in una stanza buia. Di uguale, c’è la destinataria delle sue parole. Come per Giacomo, anche per Silvio è l’Italia. Allora (1818) un sogno da realizzare. Ora un progetto a cui nessuno crede più, tra gli alleati di Berlusconi.
A proposito di grida fatali con annessi gesti eroici. Al post della spada di cartone, il senatore di Forza Italia Maurizio Sacconi è arrivato a togliersi una scarpa per sbatterla con forza, ripetutamente, sul suo scranno. Merita la memoria presso i posteri, con un fumetto che documenti il tutto: «Dammi, o ciel, che sia foco / Agl'italici petti il sangue mio».
Il governo è sfatto, ma re Silvius I non lo sfratta. Gli amici se ne vanno, che inutile serata. La musica prodiana non è ancora finita. Questo è il tormento del Cavaliere, ed il grimaldello con cui lentamente e pacatamente, alla Veltroni-Crozza, lo hanno deposto dal trono quegli alleati d'un tempo. Lui continua ad illudersi, il leader sono e sarò io. Parole, parole, parole.
E pensare che ad Arcore credevano che fosse bastato, per far star tranquillo Fini, prenderlo per i fondelli sul suo nuovo amore. Adesso hanno fatto retromarcia. Hanno tirato le orecchie a «Striscia la notizia». Con un comunicato che resterà nella storia della tv: «La presidenza di Mediaset esprime una netta presa di distanza dagli eccessi giornalistici e satirici, anche in programmi Mediaset, che hanno colpito negli ultimi giorni la vita privata di Gianfranco Fini». Per poi respingere (giustamente) «nel modo più assoluto il sospetto di un disegno politico-editoriale orchestrato dal gruppo Fininvest ai danni del presidente di An. Avanzare sui giornali ipotesi del genere significa fare un torto all’autonomia di Silvio Berlusconi e da Silvio Berlusconi».
V’immaginate Berlusconi che ordina di colpire al cuore Fini per la sua storia d’amore? Suvvia, sono esercizi di bassa dietrologia. Per ora. In futuro non si sa. Le donne prima o poi raccontano. Oggi si è confessata Sandra Milo: «Con Bettino l'amore aveva più gusto». Due domande alla signora: lo aveva confessato a Bruno Vespa? Adesso come cambierà la storiografia sul socialismo italiano? Il sospetto è che la signora Milo abbia voluto soltanto mettere giustamente in luce i propri pregi e sottolineare i difetti delle colleghe in arte contemporanee: «Vogliamo mettere il livello delle amanti di allora?».
Purtroppo scienza e storia di oggi non possono beneficiare del conforto «delle amanti di allora». Com’è triste la vita.
Fonte
Publié le 14/11/2007 à 15:29
Par antoniomontanari
In un'intervista ad Aldo Cazzullo, pubblicata stamani nel «Corriere della Sera», il presidente Francesco Cossiga torna sull'uccisione di Aldo Moro. Ad un mese esatto dalla presentazione (sullo stesso quotidiano) di un libro che Giovanni Moro, figlio dello statista assassinato dalle Brigate Rosse, ha scritto per Einaudi, intitolandolo «Anni Settanta». (Ne ho parlato qui il 14 ottobre.) Due punti soprattutto sono importanti nel libro di Giovanni Moro. Il primo, riguarda la presunta minaccia da parte di una delle vedove di via Fani, di darsi fuoco in caso di trattative per la liberazione di Moro. Giovanni Moro scrive che la notizia è falsa. Ed accusa di aver mentito «spudoratamente» il presidente del Consiglio del tempo, Giulio Andreotti (pagine 105-106). Il secondo punto, tocca il Vaticano che, postosi «sulla stessa lunghezza d'onda» del governo italiano, «mostrò come minimo di non comprendere i termini della questione» ( pagina 107).
Cossiga replica a Giovanni Moro, senza nominarlo, sul primo punto: «Andreotti non dice bugie». Il discorso poi ha un'impennata che passa dal pubblico al privato dei protagonisti: il cerotto sulla testa di Aldo Moro nascondeva non una ferita subìta da parte dei terroristi, ma un colpo preso la sera prima «frapponendosi in un litigio» in famiglia.
Si resta sconcertati ed amareggiati nel veder ridurre a questi discorsi pettegoli, ed insignificanti sul piano storico, un tema che anche a tanti anni di distanza resta il più drammatico passaggio della storia italiana recente.
Un anno fa, il 26 novembre, all'annuncio (poi senza effetto) di Cossiga delle sue dimissioni da senatore, gli avevo augurato di tenerci «allegri, tanto di cose serie nessuno sembra oggi aver voglia». Purtroppo il senatore Cossiga oggi ci rattrista con le rivelazioni che sono annunciate sin dal titolo dell'intervista: «Il caso Moro e i comunisti. In mille sapevano dov'era».
Forse per Cossiga voleva essere una chiamata in causa per correità dei capi dell'allora Pci. Ma finisce per essere la confessione d'impotenza per non dire altro, di chi doveva sapere per compito istituzionale, ammesso che risponda al vero la tesi (o l'ipotesi) di Cossiga.
Soltanto una cosa appare strana nel suo annuncio: come mai, se mille comunisti sapevano, nessuno delle migliaia di agenti dei cosiddetti «servizi» che hanno sempre controllato i politici di governo e di opposizione, ha appreso che «quelli» sapevano?
Publié le 13/11/2007 à 17:47
Par antoniomontanari
Siamo tutti angosciati per quello che è successo domenica scorsa. Nei blog della nostra comunità se n'è parlato con una partecipazione che indica qualcosa. Non siamo insensibili al mondo che ci circonda. E che ci fa paura per molti motivi. Per il povero ragazzo ucciso nelle circostanze "misteriose" che conosciamo, ad esempio. Un episodio che non doveva accadere. Non si spara attraverso un'autostrada, non sapendo che cosa succeda esattamente aldilà di essa, in una piazzola di sosta troppo distante per distinguere le cose.
Ho scritto ieri che il fatto di Arezzo non ha nulla a che vedere con lo sport. Intendevo dire che l'uccisione di quel ragazzo non poteva essere presa a pretesto per tentare un'insurrezione come c'è stata poi a Roma. Chiedo scusa se non mi sono spiegato bene. Credevo di averlo fatto, aggiungendo che allo stesso modo pure la violenza scatenatasi poi, non aveva nulla a che fare con lo sport.
Ieri pomeriggio Irene ha osservato nel suo blog che viviamo in un vuoto dove «tutto freneticamente inghiottisce tutto». Lo ha scritto anche a commento del mio post. Poco dopo Gianna, allargando il discorso ad altre notizie di cronaca nera, introduceva una nota metafisica: «Non ditemi che sono prove inviateci da lassù per provare la nostra tempra di madri e di padri o peggio per scontare i nostri peccati. Per il Grande Distratto è un incidente di percorso e spero che trovi al più presto un rimedio». Cito questi due passi di Irene e Gianna perché sono sintonizzati sul tema del nostro essere qui ed ora, con sfumature che intrigano con dolcezza d'intenti e costringono fermamente a riflettere.
Il contesto della vicenda di Arezzo dà ragione al commento di Fino: «Quella gente (juventini e laziali) erano là per lo sport o per meglio dire per uno pseudosport chiamato calcio». Ieri facevo un altro discorso. Parlare male dello sport com'è in Italia da tanti anni, non è vuota retorica. Ma è amara constatazione che nulla si fa per cambiare qualcosa. Forse tutto quanto accade serve a qualcuno, lo dico da un punto di vista politico.
Sempre da questo punto di vista, dobbiamo essere certi che nessuno possa colpirci "per sbaglio" se passiamo per strada o in autostrada vicino ad un gruppo di sportivi che possono essere temuti: ma per questo fatto, nessuno è autorizzato a sparare per prevenire un reato di cui il viandante per caso non ha nessuna responsabilità.
Stamani ho letto il bell'editoriale di Massimo Gramellini in prima della «Stampa». Che all'inizio dice qualcosa sull'Italia sbagliata oggi sotto accusa, e della quale fanno parte anche i giornalisti «che invece di dare la notizia dell’assassinio di un ragazzo al casello autostradale», annunciano che è stato ucciso un tifoso. L'Italia che vogliamo? «L’Italia che estirpa i violenti dagli stadi e dalle strade. E non protegge le caste, ma le persone. Perseguendo gli individui e non generiche categorie sociali: i tifosi, i romeni. L'Italia a viso aperto. Tollerante, giusta, decisa. Senza ferocia. Ma senza paura».
L'Italia giusta. Può essere un'utopia, ma deve essere un progetto. Gramellini ha ragione. Così come hanno ragione Irene e Gianna a chiedersi che cosa sia questo mondo in cui viviamo. La loro intelligenza avvia con tranquilla fermezza un discorso vasto, ma necessario.
Nulla è una parola che fa paura. È un tema che affascina da sempre letterati e filosofi, quindi non deve essere che apprezzato il riproporlo alla nostra attenzione. Le nostre inquietudini sul destino dell'umanità a cui accenna Gianna, sono un sentimento del tempo. Ma ogni tempo ha i suoi drammi. Grazie, amiche, di aver introdotto questo tema.
Affacciandoci alla strada, vivendo tra la gente, i vostri pensieri dovrebbero spingerci a meglio comprendere il valore dei rapporti con chi ci sta o passa vicino. Lo diceva già Giacomo Leopardi: nella guerra comune contro la Natura, gli uomini dovrebbero offrirsi aiuto in un abbraccio «con vero amor».
Ma vedete che il sublime canto del poeta, «... su l'arida schiena / Del formidabil monte / Sterminator Vesevo», diventa immediatamente qualcosa di più, un manifesto politico con l'invito agli uomini a considerarsi «confederati» fra loro. È il vecchio discorso del «contratto sociale»...
Ma fino a che punto siamo pronti ad accogliere questi discorsi? Attenzione, perché essi sono considerati pericolosi. Pericolosissimi... Per motivi ovvi.
L'Italia «tollerante, giusta, decisa» propugnata da Gramellini, è l'unica via di scampo dal nulla, dalla paura, dalla corruzione. Ma quanti sono d'accordo oggi e qui a credere nei valori di una società «tollerante, giusta, decisa»? Siamo anche il Paese in cui si portano tranquillamente i maiali ad orinare su terreni frequentati da persone come noi che hanno però un'altra religione. E poi ci chiamiamo popolo civile.
Publié le 12/11/2007 à 18:30
Par antoniomontanari
Quando succedono fatti come la morte del giovane romano Gabriele Sandri, ucciso dalla pistola di un poliziotto, le parole sono sempre facili. E troppe. Si ripetono i riti consueti: il tragico errore, un fattore imponderabile (correvo, il colpo è partito da solo), le indagini saranno approfondite, non ci saranno reticenze, come ha detto ieri il ministro degli Interni Giuliano Amato.
Passano le ore, e si scopre qualcosa che fa ipotizzare al questore di Arezzo che «il reato colposo potrebbe avere evoluzioni diverse in senso peggiorativo». Senza dilungarmi in un esame del fatto in sé (tra sparatore ed ucciso c’era perbacco di mezzo addirittura un’autostrada), e senza voler esprimere giudizi sulle indagini, dico che in generale troppo spesso prevale non la presunzione d’innocenza di qualsiasi persona, ma quella di colpevolezza.
In Italia per lungo tempo non sono stati i magistrati a provare la colpevolezza d’un imputato, ma è stato costretto l’imputato a dimostrare la propria innocenza. Non vorrei che ora si ritornasse al passato. Un’auto che va per i fatti suoi, un giovane che è ucciso, e poi dopo le ricostruzioni che «giustificano» l’accaduto.
Il fatto di Arezzo non ha nulla a che vedere con lo sport, così come la violenza scatenatasi poi (vedere l’articolo di Beccantini). Niente parole inutili, signori del governo e del Parlamento, ma fatti precisi. Mirando senza colpo ferire ad uno scopo: rendere tranquilla la vita di qualsiasi persona. Non date la colpa ai teppisti degli stadi. Tutti sanno chi sono. Ma loro possono continuare ad agire bellamente, senza pagare mai il conto delle malefatte. Personalmente sono convinto che molti di quegli «ultras» abbiano un sogno politico. Non dico progetto, perché la parola presuppone una razionalità in loro soffocata dall’odio espresso con una rivolta che non ha nessuna giustificazione morale, ma che comunque tentano ogni tanto di mettere in atto. Fonte: antoniomontanarinozzoli.blog.lastampa.it/antoniomontanari/
Publié le 11/11/2007 à 19:15
Par antoniomontanari
A proposito del post precedente sulla famiglia in Italia. Le Monde di ieri annuncia la prossima uscita di un libro di Kristiyana Valcheva, una delle cinque infermiere bulgare accusate di aver inoculato l'Aids a 426 bambini. E liberate lo scorso luglio dopo otto anni di carcere. Kristiyana Valcheva riporta la testimonianza di un dirigente ospedaliero: la famiglia in Libia è sacra, non ci sono relazioni extraconiugali, quindi non ci si becca l'Aids... Se sacra è la famiglia non lo è altrettanto il corpo delle prigioniere: «Au coeur des prisons fétides et sous les portraits du colonel Kadhafi, c'est leur corps de femme, leurs seins, leurs ventres, leurs sexes, qui ont été visés - très concrètement. Traitées de "putains", de "dépravées", de "chiennes chrétiennes", elles ont été désignées comme des créatures monstrueuses, des êtres de débauche».
All'articolo su Le Monde di Jean Birnbaum, L'enfer sexuel, c'est les autres. Fonte di questo post, il blog su Stampa.it.
 |
Noter ce blog :
844 connectés
55784 visiteurs
Ce blog est classé 2685ème
Score de ce blog : 4,69
|
<
|
Déc. 2009 |
|
| L |
M |
M |
J |
V |
S |
D |
| | 1 | 2 | 3 | 4 | 5 | 6 | | 7 | 8 | 9 | 10 | 11 | 12 | 13 | | 14 | 15 | 16 | 17 | 18 | 19 | 20 | | 21 | 22 | 23 | 24 | 25 | 26 | 27 | | 28 | 29 | 30 | 31 | | | |
|