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Publié le 12/09/2009 à 16:05
Par antoniomontanari
Fini, in rivolta contro Berlusconi, vive lo stesso problema di Prodi. L'Italia non ama il bipartitismo

Blog_prodi_fini

Come finirà per Fini? Riuscirà un giorno il chierichetto della Chiesa arcoriana a celebrar messa? L'emancipazione di Fini dal padre-padrone Berlusconi non è un fatto soltanto personale. Pone gli stessi interrogativi suggeriti dalla defenestrazione di Prodi.

Prodi era l'Ulivo. Al quale ora fa un pensierino Bersani a caccia di voti per diventare segretario del Pd. Non per grata memoria ma per delineare un futuro programma.
Ulivo significa bipolarismo. Coalizzare partiti diversi fra loro sotto un'insegna comune, con un programma da attuare smussando le differenze fra le singole realtà.

Molti politici lungimiranti hanno preferito dare in pasto Prodi ai leoni del circo, piuttosto che perdere un posto per le poltrone televisive di Bruno Vespa.
E' finita che loro sono stati oscurati dall'oblio e che Prodi è stato sostituito da un Veltroni il quale, anziché unire di più, ha maggiormente diviso.

Risultato finale, la montagna ha partorito il topolino Franceschini. Che però ha saputo tirar fuori le unghie ed i denti, per dimostrare che il sangue trasfusogli da Zaccagnini non è l'acqua minerale che regola la digestione alle attrici degli spot.

Berlusconi ha percorso un itinerario parallelo. Il discorso del predellino di piazza San Babila ha proposto un sogno soltanto suo, destinato a diventare l'incubo degli altri.
Un partito concepito come azienda da gestire attraverso il potere di un uomo solo al comando, a cui tutti debbono obbedire. E le cui parole tutti debbono applicare nell'azione politica quotidiana.

La rivolta di Fini a questo punto non è soltanto un tentativo di emancipazione, è il segno di una crisi profonda che non riguarda più unicamente il suo partito, il futuro del governo e le sorti del cavaliere.
E' segno di una crisi che rispecchia anche quella del Pd, unito talora da qualche festa in giro per l'Italia ma estremamente diviso quando si arriva al dunque delle questioni serie e gravi.

Il Pd non può continuare raccontando che tenta la conciliazione fra Binetti e Marino, etc. Il Pd, e Bersani se ne è accorto, deve ritornare allo spirito delle origini prodiane, al progetto dell'Ulivo, al concetto che il Paese va governato da due coalizioni, non da due partiti. Perché oltretutto sulla giostra c'è pure Di Pietro, l'unico leader che non passerà tra le fila del cavaliere, ma neppure fra quelle del Pd.

E' fallito miseramente sia a destra sia a sinistra il tentativo di dare vita ad una terza Repubblica bipartitica.
Giuliano Ferrara, che è uno dei pochissimi (se non l'unico) dei berlusconiani ad aver capito le cose, ha scritto (lo scorso giugno) che non si può vivere in una continua vigilia da 25 luglio. Ovvero nell'attesa che il capo del governo sia defenestrato da qualche "gran consiglio" che non sappiamo identificare in nessun organo costituzionale attualmente esistente.

Siamo ancora nella prima ed unica Repubblica possibile, in base alle norme scritte. La seconda è stata ipotizzata dopo Tangentopoli come rinascita con una nuova situazione politica.
Ma quale nuova situazione è mai possibile immaginare o descrivere quando l'ago della bilancia diventa come in anni lontani (seppur in diverso contesto) qualche partito di centro che naviga a vista schierandosi localmente un po' a destra ed un po' a sinistra, come fa quello di Casini.

Anche Casini, sul quale la Chiesa aveva puntato tutte le sue scommesse, è travolto dal crollo del sistema bipartitico di cui non fa parte, ma a cui partecipa con la stessa grazia virginale di chi scommette circa il candidato per un matrimonio d'interesse.

E' una contraddizione in termini che la lotta fra due partiti giganti sia in mano alla formica centrista di Casini.
Oggi un conforto solenne gli è stato recato dal buon  pastore margheritino Rutelli: "Si vedrà" ha risposto all'ipotesi di imbarcarsi in un'unica barca con Fini e Casini.
Riusciranno i nostri eroi (con una fusione a freddo fra laici e ecclesiastici) a trasformarlo nel dominus della situazione? Tutti al "centro"? Ma quant'è larga la porta d'ingresso?

C'è poi pure la Lega. Se passa dalle austere stanze vaticane all'ampolla popolar-mitologica con l'acqua del dio Po, così come era transitata (1998) attraverso le accuse di mafia a Berlusconi per poi abbracciarlo appassionatamente, resta una minaccia per la democrazia ben più grave di quella del suo rivale-amico cavaliere.

Padania

Forse soltanto nella prossima primavera (con le elezioni regionali) sarà dato modo di intravedere qualcosa di diverso (insperabile che in Italia ci sia qualcosa di "nuovo"), nella situazione politica a livello parlamentare o governativo (tenendo presenti le differenze fra i due aggettivi e le conseguenti implicazioni sul piano pratico...).

Se Bossi dichiara che Fini, criticando Berlusconi  sulla giustizia ed altro, va verso il suicidio politico, inconsapevolmente esprime tutta la sua devozione al leader della coalizione, pur essendo Bossi stesso capo di un partito diverso e "parallelo" a quello del cavaliere.
Oggi Fini gli ha risposto con tono alto, da statista coi fiocchi: "E' un suicidio della ragione negare l'universalità dei diritti". Meditate gente, meditate. Non è più il balilla della scorsa primavera.

Altra anomalia del bipartitismo italiano: il raggruppamento che comanda è esso stesso un "polo bipartitico"... non un unico partito. Con il che si dimostra che, con poche e confuse idee, non si può governare un Paese il quale voglia presentarsi dignitosamente nel consesso dei popoli, come si diceva una volta.

[12.09.2009, anno IV, post n. 258 (978), © by Antonio Montanari 2009. Mail.]

Divieto di sosta. Antonio Montanari. blog.lastampa.it
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Publié le 12/09/2009 à 15:04
Par antoniomontanari
Il presidente del Senato rispolvera la vecchia storiella sui "teoremi" giudiziari della lotta contro la mafia

Schifani_fini

Quando il presidente del Senato dichiara che la questione mafiosa deve essere affrontata dalla Magistratura senza "inseguire disegni politici", dimentica molte cose.
Ci permettiamo rispettosamente di elencarne alcune.

I. Gli obblighi del suo ruolo istituzionale lo dovrebbero mettere in guardia dall'esternare certi pensieri, come questi.

II. Tangentopoli fu usata dal suo leader di riferimento ed attuale capo del governo, per occupare uno spazio politico lasciato vuoto dalle inchieste giudiziarie. Che spazzarono via la vecchia classe dirigente dei vecchi partiti. Emilio Fede e "compagni" fecero il tifo per "Mani pulite". Berlusconi voleva Di Pietro ministro.

III. E' molto fresca  (10 settembre) la notizia del CSM che agisce a tutela di giudici denigrati ed accusati dal capo del governo.

IV. Ha scritto ("l'Unità", 9 settembre) un magistrato ora eurodeputato dell'IdV, Luigi de Magistris: "Sulla mia pelle ho visto realizzarsi melmosi intrecci istituzionali mai sentiti e forse nemmeno immaginati".
La conclusione della sua nota è questa: occorre che gli italiani possano conoscere "la verità" sulle stragi di Capaci e di via D'Amelio, e gli omicidi Falcone e Borsellino.
Una verità che potrebbe essere "terribile e inquietante, forse la verità che ci farà capire perché un ampio manipolo di golpisti con il grembiulino intende sovvertire le Istituzioni Repubblicane".


V. Fini il giorno dopo (10 settembre) ha detto a Gubbio, alla scuola quadri del Pdl: "A differenza di altri, io non mi diletto con grembiulini e compassi". (Silvio Berlusconi aveva la tessera della P2 numero 1816.)

VI. Schifani ha voluto rispondere al suo omologo Fini, presidente della Camera, che aveva detto: "Non dobbiamo dare il sospetto di non essere disponibili ad accertare la verità".
Fini si riferiva alle accuse di Berlusconi di "pura follia" indirizzate a quei giudici che cospirerebbero contro di lui, ricominciando "a guardare a fatti" mafiosi (stragi) del 1992, 1993 e 1994.

VII. Il Ministro della Giustizia Alfano ha dichiarato: "Se vi saranno elementi per riaprire i processi sulle stragi, i magistrati lo faranno con zelo e coscienza e siamo convinti che nessuno abbia intenzione di inseguire disegni politici, ma solo un disegno di verità".
Insomma Alfano smentisce Schifani, si dissocia da Berlusconi e Bossi (ovvero da tutto il governo...) ed appoggia Fini. Non sembra un fatto di poco conto.

[12.09.2009, anno IV, post n. 257 (977), © by Antonio Montanari 2009. Mail.]

Divieto di sosta. Antonio Montanari. blog.lastampa.it
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Publié le 10/09/2009 à 16:45
Par antoniomontanari
Dietro il "fuoco amico" di Feltri contro Boffo, ci sono fiamme ecclesiastiche pericolose per la laicità dello Stato italiano



Repubblica_preti

L'estate è solitamente segnata dagli incendi dolosi che distruggono patrimoni naturali preziosi. L'estate del 2009 va in archivio anche per fiamme metaforiche non meno gravi.
Sono quelle provocate dal "fuoco amico" riversato su Dino Boffo già direttore del foglio cattolico "Avvenire".
Un fuoco nato assieme ad un altro fatto altrettanto serio, l'autocombustione del mondo curiale.

Le carte avvelenate contro Boffo provengono da armadi ecclesiatici.
Ormai è certo, non si tratta soltanto di un'ipotesi come avevamo formulato all'inizio della vicenda, parlando appunto di "fuoco amico" .

Il "colpo di pistola" sparato attraverso l'organo ufficiale della Chiesa di Arcore in cui officia Vittorio Feltri come nunzio (poco) apostolico del cavalier Berlusconi, è finito sopra un terreno pieno di liquidi infiammabili.

L'incendio è politico, non si tratta soltanto di questioni religiose.
Esso cova nascostamente, non lo si vede perché la valle in cui si trama e traffica con le latte di benzina, è nascosta alla vista del popolo.

Ma le fiamme prima o poi si alzeranno, le loro lingue saranno verso l'alto, al contrario delle fiammelle che sono fatte scendere dal Cielo a rappresentare metaforicamente lo Spirito che converte.
Sono fiamme avvelenate, altamente inquinanti.

La Chiesa sta andando a fuoco per questa autocombustione in cui, come in certe zone del Bel Paese, le guardie addette allo spegnimento sono proprio loro che appiccano le fiamme per aver salvo il posto di lavoro.

Contro Boffo è stato utilizzato il vecchio sistema della diffamazione tramite terze persone cointeressate per altri motivi.
Feltri non è un teologo né aspira a guidare il giornale della CEI.
Diceva fra Paolo Sarpi: "Agnosco stilum Sanctae Romanae Ecclesiae". Lo "stilum" non è soltanto il modo espressivo scritto di una burocrazia e dei suoi atti di governo, ma  è pure il pugnale da infilare nelle spalle della vittima da eliminare.

Incendi di queste proporzioni sono pericolosi non tanto per l'ambito ecclesiastico in cui si preparano (con due belle parole, poi si mette tutto a tacere), quanto per lo Stato contro il quale vengono irresponsabilmente lanciate le fiamme.
Uno Stato che se non ha il coraggio di azionare gli idranti, può perdere il senso della sua dignità ed autonomia.

Come quando un premier garantisce che tutto filerà liscio tra le due sponde del Tevere perché il governo garantirà quanto chiede il papa dall'alto della sua infallibilità per certe questioni  cosiddette etiche che tutti ben conosciamo.

Ieri su "Repubblica" Stefano Rodotà ha scritto un fondo, "Se l'lluminismo diventa 'bieco'", in cui elenca i guasti prodotti alla democrazia italiana dalla gestione di Berlusconi: concentrazione personale del potere, affossamento della separazione dei poteri, distruzione dei controlli, infeudamento della comunicazione, disunione del Paese. Per poi domandarsi: "come è potuto accadere?". Eh già, "come è potuto accadere?".

Fermiamoci all'ambito ecclesiastico con un'altra notizia fornita nel forum de "l'Unità" da Paolo Macoratti": 41 preti sono inquisiti dall'ex Sant'Uffizio per la loro posizione manifestata relativamente al caso di Eluana Englaro.

Blog_berl_avvenire


Post scriptum. Nel blog di Vittorio Pasteris è tradotto dall'inglese il "manifesto del giornalismo on line".

[10.09.2009, anno IV, post n. 256 (976), © by Antonio Montanari 2009. Mail.]

Divieto di sosta. Antonio Montanari. blog.lastampa.it
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Publié le 09/09/2009 à 13:53
Par antoniomontanari
Secondo Ernesto Galli Della Loggia, il cavalier Berlusconi nessuno lo può giudicare perché ha vinto le elezioni. Ma che idea di democrazia ha in testa?


Berlusconi06g
Premessa noiosa. Di ogni parola possono darsi (come minimo) due interpretazioni. Una forte ed una debole. Le parole, si sa, sono pietre. E talora pure peggio. Vanno maneggiate con cura.
L'indimenticabile Leo Pestelli scriveva che tra "fare l'amore" e "fare all'amore" c'era una differenza. Che nel primo caso avrebbe potuto portare un figlio.
Quel "fare all'amore", direbbe il senso comune, è più "platonico". Ma il senso comune non ricorda che "amor platonico" non è quello delle sole idee (ovvero delle menti), ma bensì quello completo, fisico nel senso più totale.
Avrebbe poi predicato il Cristianesimo: sarete due corpi ed un'anima sola. Ecco quell'anima sola è veramente platonica. Un'anima sola non è mai persa se sta in così buona compagnia.

Fine della premessa. Per arrivare alla parola che ci siamo prefissati di esaminare, sulla scia di un fondo del "CorSera" di lunedì scorso 7 settembre composto da Ernesto Galli Della Loggia (EGDL). Ovvero la parola "urna".
Che non è quella dei forti a cui accennava Ugo Foscolo come fonte di stimoli per accendere i forti animi. Ma più prosaicamente il contenitore delle schede elettorali. Il quale va maneggiato con cura affinché non si trasformi nella tomba della democrazia.

EGDL dà un'interpretazione forte dell'urna elettorale. Chi vince può fare tutto. Lo sostiene in questi termini: Berlusconi è "l'uomo della politica democratica ridotta al suo dato più elementare, quello del risultato delle urne". Ovvero chi vince ai seggi, non deve incontrare ostacoli.

Eh, no, esimio prof. EGDL. L'urna, nel caso e nella spiegazione del suo testo, diventa l'alibi per giustificare ogni atto politico dell'esecutivo, soltanto in virtù del fatto che, vinte le elezioni, il premier fa tranquillamente i comodi suoi. Per parlar pulito.

No. La Costituzione italiana non sta in questi termini. I famosi pesi e contrappesi, che i politologi citano elegantemente nella lingua inglese perché fa più fino, sono i correttivi che mirano ad impedire uno strapotere personale.

Un grave vulnus è già stato inferto alla Costituzione con il "lodo Alfano" contenente un articolo del "lodo Schifani" già dichiarato incostituzionale dalla apposita Corte (articolo 1, comma 2, legge 140/03).
Adesso vuole sostenere EGDL che ogni atto governativo non debba passare al vaglio degli altri organi costituzionali soltanto perché il gabinetto è uscito vincente dalle urne?

EGDL dimentica tutta la storia che ha portato alla nascita della democrazia moderna dal vituperato Settecento dei "biechi illuministi".
E finge di ignorare che nella democrazia moderna la libera stampa rappresenta il "tribunale della pubblica opinione". Perché mai?

EGDL conclude infatti il suo lungo "fondo" sostenendo che non tocca ai giornali stabilire "se qualunque persona è adatta o inadatta a guidare il governo".

Allora, con un capo di governo che riesce a controllare direttamente od indirettamente i tre quarti (o forse più) di tutto il sistema di comunicazione delle informazioni ai cittadini, è proibito alla quota restante e minoritaria rivelare quelle notizie che possono arrecare discredito al premier sino a fargli "perdere la faccia"?

L'ottimo EGDL dovrebbe sapere che, nel caso specifico a cui si fa sempre riferimento per certe vicende, a denunciare la "malattia" del soggetto e la frequentazione di minorenni, è stata quella signora che al momento del suo pronunciamento pubblico era ancora la consorte del premier stesso.

Orbene, come possono gli elettori sapere se quella persona è "adatta o inadatta a guidare il governo", quando nessuno gli svela (o può svelargli) gli "arcana imperii" che EGDL vorrebbe vedere rinchiusi in una specie di fortezza inaccessibile ed inviolabile in cui tutelare il potere uscito dall'urna?

Il prof. EGDL merita tutto il rispetto dovuto a chi compone fondi per il "Corrierone", ha lunga carriera professionale e fama di osservatore attento alle cose di questo mondo.
Perché se fosse uno studentello a qualche esame universitario meriterebbe un giusto e sano rimbrotto, per non parlare di bocciatura (che la signora Gelmini definirebbe sacrosanta).

[09.09.2009, anno IV, post n. 255 (975), © by Antonio Montanari 2009. Mail.]

Divieto di sosta. Antonio Montanari. blog.lastampa.it
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Publié le 08/09/2009 à 18:53
Par antoniomontanari
Mike Bongiorno, ricordiamolo anche così

San_vittore_mike

L'immagine riproduce un brano del volume di Dario Venegoni (2005) sul lager di Bolzano.

Dal ''Dizionario della Resistenza italiana'' di Massimo Rendina: Bongiorno, ''sfollato l'8 settembre sulle Alpi piemontesi, attraversava nei mesi invernali i valichi alpini innevati, recando messaggi in Svizzera per conto della Resistenza''.

"Tu devi unirti al nostro gruppo, mi dissero, ed io accettai portando messaggi a Torino e Milano'', ha scritto Bongiorno: ''Avevamo previsto un'ultima missione ma qualcuno tradì cosiì - ero a Crodo sopra Domodossola ed avrei dovuto attraversare a distanza di poche ore il confine - venimmo catturati dalla Gestapo''. (Fonte, Asca)

Citiamo ancora dall' agenzia Asca. Dopo il carcere a Milano, Bongiorno venne destinato all'internamento in Germania a Spithal (ma prima passo' anche in altri campi di concentramento come Bolzano e Mauthausen) e nel 1945 venne scambiato tramite la Croce Rossa con prigionieri tedeschi detenuti dagli americani, grazie ad un accordo che riguardava persone gravemente ammalate o casi speciali. Tornato a New York lavoro' per la stazione radiofonica del quotidiano ''Il progresso italo-americano''.


Blog_mike

Fonte foto: "Messaggero"

Oggi 8 settembre, anniversario di una data tragica nella storia d'Italia, pubblico una testimonianza apparsa sul periodico riminese "Chiamami città", di Ariodante Schiavoncini:

«Noi soldati d’Italia abbandonati a noi stessi
Gli ufficiali ci dissero di andare a casa e poi scomparvero



Mi trovavo a Cancello ed Arnone di Caserta, a svolgere il servizio militare quando, verso sera il Capitano, comunicava ai soldati in adunata, che l’Italia e il comando militare Angloamericano avevano firmato la pace. Di conseguenza, il mattino dopo, dovevamo essere pronti per rientrare al comando di Mantova per essere congedati. Eravamo tutti talmente felici ed euforici che la notte nessuno ha dormito. La notizia che si tornava a casa per sempre, sembrava irreale.

Il mattino dopo, eravamo con gli zaini affardellati, nel piccolo spazio davanti alla tenda comando, pronti per partire. La tenda era vuota e nessuno degli ufficiali era nei dintorni. Il vecchio sergente comunicava sconsolato che gli ufficiali ci avevano abbandonati.

Con fare paterno ha consigliato tornare alle nostre case, poi presentarci ai nostri distretti per regolarizzare la posizione militare. Una raccomandazione sussurrata con voce quasi tremante, come se presagisse la tragedia imminente: “Ho ascoltato il proclama del Maresciallo Badoglio, finché le cose, non saranno chiarite, evitate incontri con i soldati Tedeschi”.

Mesi dopo, leggendo il testo del proclama, che qui sotto riporto, ho capito la ragione della raccomandazione.

“Il Governo Italiano, riconosciuta la impossibilità di continuare l’impari lotta contro la soverchiante potenza avversaria, nell’intento di risparmiare ulteriori e più gravi sciagure alla nazione, ha chiesto un armistizio al Generale Eisenhower, comandante in capo delle forze anglo-americane. La richiesta è stata accolta. Conseguentemente ogni atto di ostilità contro le forze anglo-americane deve cessare da parte delle forze Italiane in ogni luogo. Esse però reagiranno ad eventuali attacchi di qualsiasi altra provenienza.”

Il giorno dopo il Re, la corte e diversi Generali, eroicamente, fuggivano nelle zone controllate dagli anglo-americani abbandonando al loro cupo destino i soldati Italiani in Patria, e all’estero».

[08.09.2009, anno IV, post n. 254 (974), © by Antonio Montanari 2009. Mail.]

Divieto di sosta. Antonio Montanari. blog.lastampa.it
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