Finirà che dovremo ringraziare i vescovi italiani. Per dare un "po' di democrazia a questo Paese", ha detto oggi monsignor Giuseppe Betori, segretario della Commissione episcopale italiana, bisogna cambiare la legge elettorale.
Il problema italiano non è l'intromissione dei vescovi. Betori è stato chiaro (a modo suo): "La Chiesa non si schiera per nessun partito". Excusatio non petita, accusatio manifesta, dicevano i nostri avi.
Credevamo di aver capito che al Vaticano piacevano certi candidati e non altri. Non ci siamo sbagliati. Lo credevamo quando c'era Prodi. Adesso che il professore bolognese è stato defenestrato dall'allievo Walter Veltroni, a San Pietro e dintorni non ci si agita più di tanto. Un fatto è certo. Tra un anno dobbiamo tornare a votare, il Pd adesso garantisce una fitta schiera di candidati ecclesiastici (di provenienza dal mondo dichiaratamente cattolico, quasi delegati diocesani), il Pdl fa baciamani ed inchini, Casini poi è lì a garanzia dei valori cattolici della famiglia (a cui Betori si richiama 'contro' certi candidati del Pd...).
Insomma, vista dal Vaticano, la situazione non è niente male. Anzi è talmente buona che Betori può dire quella frase sulla riforma elettorale capace di dare un "po' di democrazia a questo Paese". Dove la moderazione clericale (come avrebbero detto un tempo) è un capolavoro. Attenua, lima, assottiglia, mica di rivoluzione parla il vescovo Betori, si limita a quell'accenno sibillino ed un po' strano, con quel "po' di democrazia" da realizzare nel nostro Paese.
Dove il problema non è (come dicevamo) l'intromissione dei vescovi: è semplicemente la mancanza di una classe politica che sappia essere degna della laicità della Repubblica. Non volevano dettare l'agenda all'Italia, ma di fatto la dettano, dal Vaticano.
Quel dare un "po' di democrazia a questo Paese" suona offensivo come il "dagli qualcosa" anziché la "giusta mercede" a chi ha fatto un lavoro per voi.
[Anno III, post n. 83 (460)]
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