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Publié le 25/09/2007 à 19:59
Par antoniomontanari

Bindi_prodi «Né qualunquismo né antipolitica, c’è domanda di buona politica». Lo ha detto ieri sera Rosi Bindi a «Ballarò», dimostrando ancora una volta di aver compreso il senso del passaggio attuale nella vita politica del nostro Paese.

Lo aveva sostenuto subito dopo l’apparizione di Grillo sulle piazze con i banchetti per la raccolta di firme in quella giornata di protesta contro gli attuali politici che ha raccolto adesioni, (ovviamente) allarmato e persino scandalizzato.

Lo ha ripetuto con una lucidità che avrei apprezzato anche nell’altro concorrente alla corsa per il posto di segretario del futuro Pd, non perché personalmente preferisca Veltroni alla Bindi (o viceversa), ma solamente perché nei momenti capitali delle vicende collettive, più si è lucidi da parte di chi «sta a Roma», e meglio è per tutti.

Se volessimo buttarla sul tono scherzoso, verrebbe da dire che, se delle Botteghe oscure s’è persa traccia nella geografia politica romana, ne sono rimasti forti segni nel sangue del candidato diessino. Al punto che la pasionaria Bindi riesce a dire quello che non dice Veltroni pur non facendo grandi sforzi di tipo teorico, ma soltanto ispirandosi al buon senso di chi ha vissuto in prima persona altri difficili momenti. Quando, come ha spiegato ieri sera, le riunioni democristiane si iniziavano in dieci e si finivano in cinque, perché gli altri nel frattempo erano stati arrestati. Non lo ha detto il comico Crozza all’inizio di trasmissione, ma chi all’epoca era segretaria della Dc veneta.


Il realismo di Rosy Bindi sottolinea sempre più il distacco rispetto al tono da parata hollywoodiana in cui l’attuale sindaco di Roma incarta tutto quanto lo circonda. Il suo ottimismo festaiolo contrasta con le amarezza quotidianamente vissuta dalla gente.

Questo è un tema affrontato dall’editoriale di Luigi La Spina sulla «Stampa» di stamane, significativamente intitolato «La casta e la rabbia».
La Spina sviscera un aspetto fondamentale della questione, sotto il profilo dei rapporti fra Stato e cittadini in una realtà democratica. Tutti pensano a Grillo, nessuno sembra ascoltare la voce di chi si sente minacciato nel presente e nel futuro, in tanti aspetti della vita quotidiana.


«L’urlo di Grillo si confonde, minacciosamente, con quello disperato di tanti giovani e di tanti loro genitori», conclude La Spina: «Peccato che il primo faccia tanto rumore e il secondo si estingua nell’indifferenza di tutti».

Le parole pronunciate dalla signora Bindi ieri sera a tarda ora, quando i giornali andavano in macchina, permettono di aver fiducia che qualche politico sappia sottrarsi a questa indifferenza generale.
Più numerosi saranno questi politici di maggioranza e di opposizione, meglio sarà per il nostro Paese.

Non dimentichiamo però la risposta che il Cavaliere dette a quella figlia di un operaio che lamentava le non allegre condizioni economiche del padre: se guadagna poco, è segno che ha lavorato poco, segua il mio esempio. Il concetto era questo, non giuro sulle parole.


Fatto sta che quando i politici vogliono fare i comici o peggio (a definire rompicoglioni il povero Marco Biagi fu un ministro degli Interni), non è un bel segno. Non occupiamoci soltanto dei comici che vogliono fare i politici. Ma segniamo a dito quei politici che fanno i comici per non segnarli a matita poi sulla scheda elettorale.

Breve postilla con ringraziamento ad Arrigo Levi per la lettera pubblicata sulla «Stampa» di ieri, in ricordo di Giorgio Fattori.
Levi scrive che ogni giornale ha un’anima, «una personalità che misteriosamente si trasmette di generazione in generazione, e di cui sono guardiani, insieme con una proprietà responsabile, non soltanto i direttori, i redattori e i collaboratori, ma, con un giudizio pressoché infallibile, i lettori: che sono e rimangono i veri padroni del giornale».
In questo blog da «lettore», memore della frequentazione della rubrica delle lettere della «Stampa» in cui fui spesso ospitato, esprimo a Levi la gratitudine di chi compera ogni mattina il giornale, e non può offrire altro che un’onesta lettura come premessa indispensabile per dialogare con il giornale stesso. Ora anche sul web.
Publié le 25/09/2007 à 01:22
Par antoniomontanari

Studio2007_3Sandro Viola, su «Repubblica» di oggi esamina «Cosa alimenta l'antipolitica», e conclude che il rigetto del sistema politico e l'uggia divenuta incontenibile nella pubblica opinione, sono anche il frutto del modo in cui è stata «gestita nei nostri mezzi d'informazione» (tivù e giornali) la parte di cronaca che riguarda la politica.

Ovviamente lo spunto iniziale e la conclusione di Viola riprendono e ripropongono il nome di Beppe Grillo. Il quale sta perdendo giorno dopo giorno l'alone del comico «maledetto» (di cui si dice male, e basta) ed assumendo invece un po' l'aureola dell'eretico folle ma (quasi) indispensabile che ha aperto gli occhi a tanta gente... eccetera.

Questa è l'impressione ricavata non dagli spettacoli di Grillo, ma dalle discussioni che ne sono nate, per cui è cominciata una riflessione anche sul modo di fare informazione politica. Il quale è molto simile a quello che Mike Bongiorno ha seguìto nel guidare lo spettacolo di Miss Italia. Spettacolo che non ho visto se non per cinque minuti in due occasioni diverse.
Nella prima, c'era la signora Loretta Goggi che stava litigando con lui. Nella seconda, ieri sera, c'era lui che non riusciva a seguire il copione per presentare i volteggi delle fanciulle in gara, ed accusava lei di aver creato tutto quel «casino». Testuale.
Orbene, anche il 'giovane' Gianni Riotta al TG1 fa un po' come il 'vecchio' Mike. Aveva promesso un rinnovamento nella cronaca politica. Abbiamo atteso invano, è la solita solfa, sia detto con tutto il rispetto. Non basta uno studio rinnovato, occorre dare le notizie non per accontentare i politici ma per informare la gente. Lo dico con tutto l'affetto che un lettore ha verso le Grandi Firme (tipo Riotta) che hanno sempre insegnato qualcosa. Ma la tivù è il mostro che distrugge tutto, tranne i casini di Mike Bongiorno.


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