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Publié le 26/01/2008 à 18:26
Par antoniomontanari

Giustizia Quanto sta avvenendo in questi giorni, con l'inaugurazione dell'anno giudiziario nelle varie sedi (ieri a Roma con il dimissionario premier Romano Prodi ministro ad interim), è il solito rito. In cui si ripetono nel fasto della cerimonia le solite cose di tutti gli anni.

Desta scandalo se negli Uffici del Catasto c'è un'autoregolamentazione di chi vi accede per rendere tutto più tranquillo.
Per vedere una scena inquietante di autoregolamentazione in mezzo ad una confusione da ora della ricreazione nella più inquieta scuola e con i peggiori allievi in campo, andate ad assistere ad un'udienza di un giudice di pace. In un tribunale come in quello dove ho accompagnato l'anno scorso un amico.

Tra queste scene a cui assistiamo ogni giorno, e credo in ogni parte d'Italia, di caos, di inefficienza, di smarrimento del cittadino "non potente" davanti alla Legge (che per qualcuno è sempre più uguale che per tutti gli altri); tra queste scene inquietanti e spaventose, e le cerimonie eleganti, barocche con gli ermellini sulle spalle, i tocchi in testa, e le mazze esposte su cuscini cremisi, c'è di mezzo un Paese smarrito. Quel Paese siamo noi.

Un Paese in cui il ministro della Giustizia si è dimesso contro la stessa Giustizia. Ed in cui il suo sostituto ad interim e dimissionario con tutto il governo è Romano Prodi che ieri ha dovuto parlare al "Palazzaccio" di Roma.
Il suo discorso è stato troppo legato alla contingenza: "Se i magistrati fanno loro mestiere non c’è nessuna supplenza, ma solo esatta applicazione della legge e allora non conta e non può contare il fatto che siano colpiti anche i politici, al pari di ogni altro", ha detto per poi aggiungere: "Se però si verificasse che alcuni magistrati utilizzano gli strumenti dell’investigazione e dell’azione penale fuori dai canoni strettamente previsti dalla legge, magari con l’intenzione di ovviare a veri o presunti difetti del funzionamento del sistema politico e amministrativo o in casi di carenza di controlli o insufficienza dei meccanismi di responsabilità, allora saremmo di fronte a fenomeni ben più gravi, di vera e propria distorsione, per non dire di eversione del tessuto istituzionale".

Il discorso di Prodi non mi è piaciuto. C'era già stato, come fatto negativo, l'applauso parlamentare bipartisan a Mastella a mettere sotto accusa i magistrati. Non sta ai politici (nella fattispecie il presidente del Consiglio) trattare dei rapporti fra loro (parte in causa) ed i magistrati. E Prodi sa bene perché.

Allo stesso modo considero fuori 'tono' il commento del vicepresidente del Csm, Nicola Mancino, secondo cui non vi erano le condizioni per poter sottoporre agli arresti domiciliari la moglie di Mastella. Non spetta ad un vicepresidente del Scm parlare di ciò con la stampa.
Invece mi è parso esagerato il commento del presidente della Giunta siciliana, che ha detto di essersi dimesso per "umiltà". La parola "dovere" era molto più semplice e realistica.
Ma l'arte della politica è anche quella di usare parole che sembrano sbagliate, mentre sono il giusto ritratto di una classe che non soltanto si sente diversa, ma lo è rispetto ai normali cittadini.

Uno dei fattori maggiori della crisi politica che stiamo attraversando è proprio quello della Giustizia. Prodi pensava ai cinque anni come tempo su cui 'spalmare' anche provvedimenti come il conflitto di interessi. Il governo ha chiuso prima, ed il conflitto d'interessi non è stato toccato.

Ripropongo al proposito quanto Piero Ottone ha scritto il 21 novembre su «Repubblica» nel finale di una "Lettera a Berlusconi": "Pensi solo alla tua persona, al tuo successo, alle tue vendette. […] Confermando così che la tua avventura è stata, per il nostro paese, un immane disastro". Quella stagione sta ritornando. I brindisi che sono stati fatti al Senato dopo la 'caduta' di Prodi non erano dovuti alla sete di Giustizia.

[Anno III, post n. 27 (404)]


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