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Publié le 07/02/2009 à 16:29
Par antoniomontanari
"Sarà dunque possibile che, dopo quarant'anni la 'Gazzetta ecclesiastica' abbia infettato Parigi e la Francia, e che cinque o sei persone bene unite non siano consapevoli di prendere le parti della ragione?". (Voltaire ad Helvétius, 1763)
[07.02.2009, anno IV, post n. 43 (763), © by Antonio Montanari 2009. Mail] Divieto di sosta. Antonio Montanari. blog.lastampa.it gruppobloggerlastampa 
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Publié le 06/02/2009 à 16:06
Par antoniomontanari
Non soltanto la Lega ha i suoi delicati razzismi. Il male è contagioso. A livello governativo, il morbo si è diffuso ampiamente, se si è arrivati alla spaventosa norma sulla "Medicina anti-clandestini". A livello "popolare", di noi gente comune ovvero non politici, basta affacciarsi fuori del proprio giardino per essere considerati con il pregiudizio che vi fa sospettosamente forestiero.
Anni fa a Ravenna parlavo con un commerciante. Mi chiese da dove provenissi. Rimini, gli risposi. Commentò in dialetto: "Ostia, sia di giù...". Una studiosa ravennate, nell'intervallo di un convegno storico, mi chiese scusa se riteneva Rimini una "fogna". Un ex ambasciatore, originario di Cesena, mi raccontava con raffinata eleganza di aspetti della vita riminese, con quel tanto di aristocratico disprezzo che lo aiutò nel definire "mafiosa" la mia città.
A Cesena esce un volume in cui un riminese scrive cose inesatte al limite della diffamazione contro altri riminesi. E gli amici cesenati si giustificano accusando noi riminesi di essere litigiosi.
Sono uno di quelli presi per i fondelli: è stato scritto all'incirca che un nostro libro del 2004 ricalca un testo storico ottocentesco tranne che nella copertina. Il sottoscritto vi ha composto le vicende cittadine dal 1859 al 2004. La "pagella" apparsa a Cesena fa semplicemente ridere. Ma quelli che hanno pubblicato il volume cesenate, ci fanno sapere ufficiosamente di non coinvolgerli nelle nostre beghe interne.
Non si accorgono che la responsabilità dell'accaduto è loro, in quanto editori ufficiali del volume di una società alla quale siamo iscritti con regolare versamento di quota. Ovvero dovremmo pagare questa quota per farci offendere...
Tu gli spedisci le dimissioni, e non ti rispondono. Gli mandi una relazione da trasmettere ai "probi viri" e fanno finta di niente... Allora trasmetto un fax per chiedere conferma. E mi firmo "Ariminensis natione, non moribus", riecheggiando il passo dantesco della lettera a Cangrande (Ep. lat. 343).
Ed aggiungo a mo' di placida beffa, tanto per dire che riminese sono sì ma non troppo, una tabella con la "composizione del DNA geografico, secondo il metodo Druger-Kazzman", così concepita: 50% di origine forlimpopolese, per il ramo materno; 25% di origine riminese, 15% di provenienza toscana e 10% di influsso dalmata per il ramo materno.
Soltanto dopo il fax, alleluja, mi è stata data notificazione scritta di ricevimento delle precedenti missive.
Su questi fatti ho pubblicato tempo fa in un blog appartato un testo sanamente satirico. Lo riporto qui per dimostrare che non sono litigioso come i riminesi sono considerati a Cesena. E che ho intitolato "La cultura non è un derby di calcio", in una sezione dedicata alle "patologie riminesi".
Ecco quel testo. "Si sa com'è la vita di provincia. Monotona. Anche perché affollata da molti personaggi che non danno il meglio della loro intelligenza, nonostante si sforzino continuamente. Ed intristiscono loro e gli altri con le loro fissazioni paranoiche di considerarsi i migliori di tutti, gli unici depositari della sapienza, i soli a poter discutere di tutto, e quindi obbligati moralmente a dover dare le pagelle a tutti gli altri.
E' successo proprio ora anche a me di essere "vittima" di questa ipertrofia narcisistica di un qualche tristo cavaliere che, nel fare certi suoi discorsi "dall'alto della cattedra", ha voluto sentenziare su cose che ha dimostrato di non aver compreso, il poveretto.
Dunque. Nel 2004 esce una breve storia di Rimini in cui io scrivo la parte finale, dal 1859 al 2004. Orbene, anche questo capitolo è accusato di essere uguale (tranne la copertina...) ad un testo classico della storiografia cittadina, uscito a metà Ottocento...
Non si tratta di libera espressione di un pensiero critico, come sostengono i responsabili dell'edizione del volume in cui sono apparse queste pagelle. E' più semplicemente l'effetto perverso di un eccesso di fatica mentale da parte del poveretto che certi sforzi non li mai potuti digerire... Non è un problema sorto con l'età ma congenito.
Il triste motivo della difesa dell'editore è che a Rimini queste cose succedono perché è popolata di persone invidiose e litigiose. Agli abitanti della città in cui esiste quell'editore, allora, usando lo stesso tono da derby calcistico, potremmo dire che essi sono semplicemente dei leccatori di piedi in virtù del fatto che da Rimini per pubblicare quelle estreme verità ricevono le somme necessarie. E si sa come succede in queste cose, si principia dai piedi e si finisce leggermente sopra. De gustibus."
Nella foto le antiche fontane di Rimini e Cesena. [06.02.2009, anno IV, post n. 42 (762), © by Antonio Montanari 2009. Mail]
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Publié le 05/02/2009 à 16:41
Par antoniomontanari
Auguri, Sergio Zavoli. A quasi 86 anni rappresenta un mondo ormai scomparso. Ancora in prima linea, come sempre. Protagonista elegante della scena nella nostra radio prima e poi nella tv, sofisticato parlatore, ora politico un po’ spupazzato per sanare situazioni alle quali guardiamo tutti da osservatori smaliziati con assoluta indifferenza. Figurarsi se alla sua veneranda età aveva bisogno di presiedere una commissione di vigilanza Rai. Ma tant’è.
Quarant’anni fa composi in un foglio locale una serie di ritratti di glorie concittadine. Per Zavoli intitolai "Una lagrima sul video". Raccontavo tra l’altro di quando arrivava sul porto, accompagnato dall’amico pittore che gli reggeva un sacchetto pieno di carote, che lui, il divo del "Processo alla tappa", gustava e masticava con una calma olimpica. L’amico pittore se la prese a male, non so lui.
Davanti a lui da ragazzo feci una figura terribile, proprio sul porto. Mio zio Guido Nozzoli, suo amico, si era prefissato di fare di me un provetto nuotatore. Alla prima lezione scivolai sui mitici scogli, tagliandomi un polpaccio. Finì lì la mia possibile carriera sportiva, alla quale ero completamente negato. Mi bagnai poi sempre e soltanto sul "bagnasciuga" (so che si dice battigia...) lungo la spiaggia libera, conversando con l’antico amico pittore della combriccola. Che era stato tra l’altro anche mio professore, oltre che amico di famiglia.
Zavoli aveva avuto un debutto giovanile nel giornalismo, sopra il foglio fascista "Testa di Ponte". Immaginate facilmente come, negli amarcord odierni, quel titolo venga spesso oscenamente deformato. Due assaggi della sua prosa. «Oggi più di ieri abbiamo bisogno di scuotere i famosi “montoni belanti”, “pecore rognose”… Attorno a te c’è ancora troppa gente che non sa e non è degna di vivere questo grande momento… Deve essere dato a tutti il privilegio di ‘vivere’ e ‘vincere’. Con ogni mezzo». E poi: «Io non sono psicologo: pure con la fiducia nelle nostre idee e in quelle delle generazioni capaci di comprenderci, arriveremo!».
«Salvò quei giorni di ragazzo […] con franco pudore». Zavoli ricorda in «Romanza» (1987) il 25 luglio 1943 vissuto da suo padre che con «una dignità doverosa» fa sparire nell’orto, in una fossa profonda quasi un metro, «le apparenze» del credo fascista, «giacca, pantaloni, camicia, cravatta, cinturone, mostrine e stivali». Nei mesi successivi «quando qualcosa di ridotto al minimo, di irrimediabile e violento tenterà di riprodurre quel potere sconfessato, sarà come se nulla del falò riacceso potesse più riguardarlo. E ciò che del regime venne dopo restò al di fuori della sua storia e si svolse senza di lui, persino contro».
A quel «falò riacceso» dai repubblichini, invece Sergio portò qualche legnetto. Che lui ha però sempre rimosso, infatti nell’autobiografica «Romanza» non ne parla.
Quando all’inizio del 1943 Gino Pagliarani e Guido Nozzoli erano finiti in carcere, dichiarò nel 1983, si istruirono «dei processi agli amici di Gino. Si voleva stabilire chi stava con Gino, chi ci stava tiepidamente, chi invece con convinzione: o, peggio, chi non ci stava affatto; o, peggio ancora, chi non ne voleva sapere neanche un po’. E nascevano delle sentenze inappellabili che scavavano degli abissi, oppure cementavano delle solidarietà che durano ancora da allora. Ecco quindi profilarsi la presa di coscienza di ciò che stava avvenendo: e fu grazie ai miei due amici», Gino e Guido.
Nel 1994 Gino Pagliarani interviene a proposito dell’orazione commemorativa tenuta da Zavoli ai funerali di Federico Fellini: «Mi dicono che […] incantò la folla. Non mi stupisce. Conosce e pratica virtuosamente l’arte della retorica (fin dai temi del liceo che puntualmente mi leggeva). Gli riconosco -nonostante qualche bidone- anche la volontà e il merito di aver riparato con molte delle sue iniziative televisive certi trascorsi giovanili non di antifascista». Qualcuno a Rimini ricordava Zavoli in compagnia, con tanto di divisa e di mitra a tracolla, del capo repubblichino che catturò i Tre Martiri poi impiccati, al tempo del «falò riacceso».
Altri rammentavano la presenza di Zavoli nella vicina Coriano, aprile 1944, quando avvenne la cattura di due «disertori», Libero Pedrelli e Vittorio Giovagnoli, poi affidati al tribunale tedesco che li fece fucilare il 18 maggio ad Ancona. Il ricordo fu riacceso quando a Coriano giunse una troupe della Rai per un’inchiesta televisiva sul fascismo diretta da Zavoli. Gli operatori non furono però guidati dallo stesso Zavoli, ma da un giornalista della sede Rai di Bologna.
Potete scaricare il mio libro "Giorni dell'ira. Settembre 1943 - settembre 1944 a Rimini e a San Marino". Il volume è leggibile pure da questa pagina. [05.02.2009, anno IV, post n. 41 (761), © by Antonio Montanari 2009. Mail]
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Publié le 04/02/2009 à 17:06
Par antoniomontanari
Proviamo a rileggere il caso del vescovo lefebvriano Richard Williamson non alla luce degli ultimi inevitabili sviluppi (dovrà ritrattare le sue dichiarazioni negazioniste della Shoah), ma in relazione ad un episodio accaduto giusto due anni fa. Gennaio 2007, Stanislaw Wielgus è nominato dal Vaticano arcivescovo di Varsavia.
Salta poi fuori che il prelato è stato negli anni della guerra fredda un informatore della polizia segreta comunista. Il Vaticano fa marcia indietro. Wielgus è costretto ad ammettere le sue responsabilità. Ed a dimettersi. Arcivescovo di Varsavia è nominato Kazimierz Nycz.
La colpa di tutta la vicenda fu data a Wielgius, come si lesse in un sito vaticano ufficioso: «Il vescovo ha assicurato tutti, Santo Padre compreso, che non aveva collaborato con i servizi comunisti e non aveva fatto del male a nessuno» (22 gennaio 2007).
Anche Bruno Vespa aveva incolpato Wielgus per salvare l'onore del Vaticano. E per dimostrare che in Italia, alla tivù, si scambia sempre l'informazione con la predica. Di pensiero diverso fu lo stesso Wielgus. Che aveva detto al papa, sono sue parole, di essere stato coinvolto "con i servizi di sicurezza dell'epoca che operavano in uno stato totalitario e ostile nei confronti della Chiesa".
Alla fine risultò chiaro che nella Curia romana avevano agito in modo confuso. Allora ci chiedemmo: "è colpa di Benedetto XVI oppure si tratta di un tiro mancino della Curia ai suoi danni?"
Ora, per il vescovo negazionista, la domanda resta sempre valida. Con l'aggravante di una conferma autorevole: il cardinal Kasper, presidente della commissione pontificia per i rapporti con l'ebraismo, ha parlato di "errori di gestione della Curia". Quindi non è illecito sovrapporre gli "errori" del 2009 a quelli ricordati del 2007. Anzi facendo la loro somma, si ha uno quadro molto sconfortate degli uomini che circondano il papa.
Due anni fa mi chiedevo: dove la disinformazione si ferma e non si trasforma in uno strumento di pressione politica ben mirata verso scopi altrettanto ben precisi? Mi ricollegavo alla presenza nell'estate 2006 a Rimini al Meeting ciellino della cosiddetta "fonte Betulla", ovvero il giornalista Renato Farina.
Disinformazione e pressioni politiche sono state presenti sin dall'inizio anche nel caso Williamson. Quello che gli si chiede oggi (ritrattare le sue dichiarazioni negazioniste della Shoah) andava fatto prima, molto prima di tutta la riabilitazione dei lefebvriani.
Il papa il 28 gennaio ha detto tardivamente "No al negazionismo ed al riduzionismo". La patata bollente del Concilio Vaticano II da far accettare ai lefebvriani, e la drammatica situazione di loro esponenti che negano la Shoah o sostengono esser state le camere a gas "usate per disinfettare", non potevano essere rimandate al "dopo-perdono" come è stato fatto. La colpa di chi è? Qualcuno in Curia ha ingannato il papa tacendogli particolari essenziali del "fascicolo"? Il ricordo del caso Wielgus allunga ombre inquietanti sui sacri palazzi. [04.02.2009, anno IV, post n. 40 (760), © by Antonio Montanari 2009] gruppobloggerlastampa  Sitemeter
Publié le 03/02/2009 à 16:49
Par antoniomontanari
Ieri Paolo Guzzanti ha salutato Berlusconi sbattendogli la porta in faccia. Mossa prevedibile. Dopo che ad ottobre aveva denunciato che "qualcuno molto in alto aveva deciso in Forza Italia" di massacrarlo e dargli il "colpo di grazia".
Guzzanti forse allora alludeva al fatto che gli era stata tolta la scorta.
Ieri Guzzanti ha ribadito la sua condanna verso l'atteggiamento del cavaliere nei confronti di Putin. Non gli è mai piaciuto il "sostegno entusiasta, personale, amicale al signor Vladimir Putin per la criminale invasione della Georgia".
Poi ha aggiunto che in Italia la democrazia parlamentare vive una "condizione pre-agonica". E che Camera e Senato sono ridotti al ruolo di cani da slitta del governo che li costringe a correre "sotto i colpi di frusta dei voti di fiducia".
Ci rallegriamo che anche un acuto osservatore come Paolo Guzzanti si sia finalmente svegliato dal letargo in cui il mago di Arcore, con uno sbrigativo "a me gli occhi", lo aveva imbambolato e ridotto ad un ruolo che giustamente ora rifiuta.
Quando accadono questi fatti, il nostro pensiero nella modestia delle sue possibilità, non fa altro che ripetere la stessa domanda alle persone coinvolte: ma perché non lo avete capito prima, che vi stavano prendendo in giro?!
Senza questi illustri personaggi, che oramai si stanno stancando del mago di Arcore (ieri è stata la volta di Beppe Pisanu), il sistema berlusconiano non avrebbe potuto prendere il volo.
Quindi, caro Guzzanti, dopo la confessione piena, occorrerebbe adesso un vero atto di contrizione. Seguìto da una penitenza anche modesta. Per rispettare un po' quel rito religioso che piace tanto al governo attuale, anche se poi molti dei suoi uomini se ne fregano altamente della morale cattolica. Convinti come sono che la vendita delle indulgenze sia una pratica ancora in uso. Dando i soldi al Vaticano, sperano di essersi messi l'anima in salvo.
Non basta sputare il rospo come hanno fatto Pisanu e Guzzanti. Occorre impegnarli in attività socialmente utili per scontare le "colpe" politiche commesse sinora. Sarebbe troppo comodo recriminare contro il vecchio dominus ed i passati alleati. Occorre un efficace segno di ravvedimento.
Seguite l'esempio di Maroni. Prima ha detto che se i ragazzi bruciano i clochard, è colpa di tutta la società. Poi per dimostrare che aveva colpito nel segno, ha rincarato la dose. Ha detto: contro gli immigrati clandestini bisogna essere cattivi.
Sì, onorevole ministro, se i nostri ragazzi per divertirsi danno fuoco a qualcuno, la colpa è proprio della società che esprime ministri come lei. Ma oramai è tanto il guasto che avete prodotto in questa società, che non basterà neppure cambiare governo. E poi, diciamola tutta, chi ha voglia nell'opposizione di prendere il vostro posto? Fanno una vita tanto comoda nel Pd di Veltroni....
[03.02.2009, anno IV, post n. 39 (759), © by Antonio Montanari 2009]
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