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Publié le 10/03/2009 à 16:31
Par antoniomontanari
Virginio Rognoni, ministro dell'Interno fra 1978 e 1983, ha scritto domenica scorsa sul "Corriere della Sera" un pezzo che merita di essere ripreso.
Partendo dal finanziamento pubblico per un film sugli anni del terrorismo in Italia, Rognoni tratta di una questione fondamentale, oscurata da chi allora sparava contro i "servi dello Stato": la "tenuta democratica del Paese". Tenuta che fu resistenza a quel terrorismo, e provocò la sconfitta della violenza.
L'Italia è uno strano Paese. Tutto è dimenticato, riciclato, mascherato. Dopo il 25 luglio 1943 nessuno era stato fascista, se non quei pazzi che poi aderirono alla Repubblica di Salò seminando altra violenza e altro sangue, e provocandone altro per le vendette sino a dopo la conclusione della guerra. Ciò non ha impedito a molti di loro di vivere gloriosamente come esempi perfetti di uomini democratici, sino addirittura per certuni al premio recente del laticlavio repubblicano.
Forse per queste caratteristiche italiche, ispirate ad un egoismo machiavellico (ma pure bertoldesco), i conti con la Storia da noi non sono mai fatti con un minimo di serietà, nella serena consapevolezza che tutto passa e la memoria è labile. Restano sul terreno i martiri. Si chiamino essi soldati di Cefalonia, militari spediti in Russia o servitori di quello Stato che il terrorismo voleva distruggere, ebbro di ispirazioni leniniste spesso condivise da molti nelle premesse ma non nelle "espressioni" pratiche.
Ricordiamolo. Tanti "nipotini di D'Annunzio" (definizione credo di Leo Valiani), in quella che si chiamava allora sinistra extra-parlamentare, sostenevano essere il terrorismo un strumento utilizzato dalla classe dirigente al potere per soffocare le "lotte operaie". Alla miopia di tanti giovani corrispondeva parallela se non addirittura convergente, quella di molta parte del mondo imprenditoriale che non sapeva leggere nelle questioni sindacali l'espressione democratica di settori dell'opinione pubblica altrimenti esclusi dalla partecipazione al dibattito politico. Fatto salvo il giudizio negativo sulle degenerazioni violente che anche in quella espressione democratica si dovettero allora registrare.
E poi ci furono anche le anime (in apparenza) candide e un po' troppo volpine (nella realtà) che si vantavano di una posizione terza, immacolata da ogni contagio, né con lo Stato né con le BR. Nel lavoro quotidiano davanti al crollo delle vecchie certezze, dovemmo difendere (parlo, per esperienza personale, della scuola) non l'indifferenza sostenuta dai pensatori raffinati ed astratti, ma lo Stato con la semplicità di chi non vedeva altra salvezza se non nella democrazia.
Ecco perché è nel giusto Rognoni quando richiama la "tenuta democratica del Paese" in quegli anni di piombo. Le cui vittime dovrebbero essere ricordate non per chiudere la bocca a quanti allora usarono la ragione delle armi anziché le armi della Ragione, ma per riaffermare un principio fondamentale: non si possono confondere le vittime con i carnefici. Possiamo cedere ai ciarlatani per altre cose, ma non su queste che debbono costituire la base della "memoria ufficiale" di uno Stato.
Rognoni parla di "memoria espressa condivisa". Da politico navigato sa che ciò va auspicato, ma spesso (forse sempre) non è possibile ottenere. Più modestamente, da cittadino qualsiasi ("semplice cittadino" dicevano una volta i giornali), ricorro ad una formula che può senza dubbio urtare, "memoria ufficiale". Spiego quell'aggettivo: "ufficiale" perché lo vuole la Costituzione, lo vogliono le sue regole, il sacrificio di quanti, per far nascere quella Costituzione, persero la vita o lottarono con il silenzio del rifiuto o con le armi, contro i seguaci di una dittatura che costò tanto al nostro Paese.
La democrazia italiana nata dalla Resistenza, ha saputo sconfiggere il terrorismo, ci spiega giustamente Rognoni. E noi abbiamo oggi un capo del governo che, se non erro, non ha mai partecipato alle celebrazioni del 25 aprile. Non ce lo ha mai spiegato, ma un perché ci deve essere. C'è senz'altro. Assieme a quello della mancata risposta sulla questione. Nella Storia tutto si tiene. Ed è proprio un governo di centro-destra ad aver finanziato o a stare per finanziare un film come quello citato da Rognoni. Contraddizione? Forse fumo negli occhi per dimostrare che la violenza del terrorismo è la sigla etica di chi si oppone al volere dei capi che ci governano? Forse più che una domanda è la certezza di un diabolico piano contro quella "tenuta democratica" illustrataci giustamente da Rognoni.
[10.03.2009, anno IV, post n. 71 (791), © by Antonio Montanari 2009. Mail] Divieto di sosta. Antonio Montanari. blog.lastampa.it gruppobloggerlastampa
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Publié le 09/03/2009 à 17:25
Par antoniomontanari
La scelta di Ferruccio De Bortoli di rifiutare la poltrona di presidente della Rai, è da apprezzare. Controcorrente. Fa bene a restare a dirigere il "Sole-24 ore", un foglio che si fa leggere per tanti motivi da chi cerca proprio e soltanto le informazioni.
Un solo esempio, la pagina che ieri è stata dedicata a "il mondo delle news tra carta ed internet". Ne vorremmo riparlare, perché l'intervista a Marco Benedetto dimostra che, come dice il titolo, "I giornali non moriranno". Mentre si annuncia la nascita di un quotidiano online, "Blitz", voluto dallo stesso Benedetto come "aggregatore di notizie".
La Rai è diventata nel corso dei decenni una imperfetta macchina informativa che premia la fedeltà ai padroni del vapore, e non la qualità del lavoro dei suoi giornalisti. Qualità che non manca ma è soffocata da un sistema terribile, come quello del "panino". Per cui si contrabbanda per obiettività un sistema che mira soltanto a caricare di offese ogni parere contrario alla maggioranza di governo.
Ricordate la vecchia battuta di Enzo Biagi? Quando scelgono i giornalisti in Rai, prendono un democristiano, un comunista, un socialista ed uno bravo... Di questo passo, da Telekabul siamo passati al ditino alzato del buon Capezzone che, sprizzando umori arcoriani da tutti i suoi pori, pretende di gestire persino il lavoro dell'opposizione.
Ha scritto Biagi il 22 luglio 1993: "... anche i comunisti giocavano alla lottizzazione, e una signora che rappresentava i repubblicani si era perfino scordata il nome del suo raccomandato". Ironizzava poi su certi progetti: tre telegionali, uno "vicino alla presidenza del Consiglio [...] poi un altro "leggero", ed è supponibile abbia come sponsor i "boy scouts"; un terzo "sbarazzino e impegnato", nel caso di disgrazie, niente Marcia funebre di Chopin, ma valzer di Strauss".
Di lottizzazione in lottizzazione, di progetto in progetto, siamo arrivati a persone che, calate nello scafandro del servizio pubblico, non avvertono il ridicolo delle situazioni, perché così fan tutti e così debbon fare tutti. Intanto uno si è defilato. Grazie, De Bortoli. Chissà che l'esempio non serva per dimostrare che siamo stufi di assistere a certi spettacoli indecenti da parte di chi non dovrebbe fare spettacolo ma dare notizie. Soltanto e semplicemente. Che è la cosa più difficile nel sistema Rai. Amato da tutti i politici, benedetto da molti compari, invocato dai soliti eletti che hanno avuto la "grazia" per accreditare una verginità mai posseduta. [09.03.2009, anno IV, post n. 70 (790), © by Antonio Montanari 2009. Mail]
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Publié le 07/03/2009 à 17:01
Par antoniomontanari
"La crisi si aggrava" dichiara il presidente della Repubblica. E' una risposta (diretta) al capo del governo che sui giornali di oggi campeggia con il severo monito: la crisi non è né tragica né definitiva. Berlusconi si rivolgeva agli "operatori dei media", ma il suo segnale di fumo era diretto al ministro Tremonti. Il quale ieri non aveva scherzato nelle dichiarazioni riportate dai quotidiani: "Il 2009 andrà peggio del 2008". Sarà un anno terribile, aveva detto il ministro.
"Noi lo sapevamo già", ha commentato Massimo Giannini su "Repubblica". Forse questa frase di Giannini ha mandato su tutte le furie Berlusconi. Il suo ministro che dice le stesse cose del massimo giornale d'opposizione, dev'essergli apparso un peccato contro natura. Di quelli che gridano vendetta al cospetto della corte di Arcore.
Un serafico Romano Prodi sul "Corrierone" aveva detto alcune cosette scottanti, dalla cronaca di un lezione tenuta ad Oxford. I tempi sono terribili, la via d'uscita è lontana; la democrazia si basa sull'antitrust; un governo saggio fa la lotta all'evasione fiscale e tiene unito il Paese con l'equità fiscale; e poi, dulcis in fundo, non sappiamo creare una classe dirigente. Su questo ultimo aspetto, la parabola del c'erano una volta le cellule del pci e le parrocchie per la dc, non è altro che una denuncia di un vuoto politico riempito da chi non è sceso in politica per servirla ma per servirsene.
Alle ondivaghe posizioni del "ritardatario" Tremonti ("Ora che bisognerebbe essere più elastici davanti alla crisi, riscopre il rigore", disse S. Gozi), corrispondono posizioni altrettanto oscure e misteriose del ministro Brunetta. Il quale avrà sì la sua Titti da esibire come trofeo d'Amore (notoriamente cieco), ma quando tratta d'economia lascia senza fiato. Come se, invece di parlare lui, si spogliasse lei in tutta la sua statuaria avvenenza. Brunetta ha detto al "Corrierone" di oggi: "Il sommerso è un grande ammortizzatore sociale". Se ai nostri giovani nelle università s'insegnano tale teorie, possiamo ben rattristarci. In politica c'è sempre la speranza che dalle urne esca qualcosa di diverso. Da teste indottrinate malamente non si cava nulla.
Il discorso andrà applicato anche alla Sinistra. Ieri "Repubblica" ha relegato a pag. 35, sotto l'infuocato editoriale di Giannini che abbiano ricordato sopra, un breve, illuminante articolo di Nadia Urbinati. Intitolato non per nulla "Le colpe dell'opposizione". Dopo la domanda retorica se i leader della sinistra avevano mai letto Locke o Montesquieu, appare una dura ma condivisibile sentenza: "La sinistra è stata ridotta a un'ombra di se stessa", "un guazzabuglio degno di un apprendista stregone", per cui dal suo "centro" non "potrà venire il rinnovamento". Conclusione: l'opposizione ha "la responsabilità di contribuire a fare del paese una dittatura eletta".
Tempo fa parlammo qui di “miti (s)finiti”. I fatti ci hanno dato ragione. Veltroni ha salutato, Di Pietro è stato oscurato prima dalle note questioni interne al suo partito ed alla sua famiglia, poi dal successore di Veltroni, Franceschini. Che in poche mosse ha messo in imbarazzo governo e vecchia opposizione, dando a quest’ultima una spinta che non potrà essere facilmente arrestata da ciance compromissorie e da ammaestratori di serpenti in libera uscita.
Trionfa così la vecchia via emiliana alla democrazia, essendo Franceschini allievo di quello Zaccagnini che rimanda anche alla storia della Resistenza, in un Paese in cui, ai bilanci morali, sono stati sostituiti quelli degli affari personali di chi ha preso di potere e poi lo ha gestito soltanto a proprio uso e consumo.
Dunque, dai miti sfiniti ai miti finiti. Si riparte non da zero, mentre l’orizzonte economico è sempre più scuro. Non basta che Tremonti dica: l’avevo previsto. Bisogna che faccia qualcosa. Ed in simili emergenze il governo deve essere consapevole più che mai di un principio elementare: cioè che esso è deputato a reggere l’intero Paese, non è soltanto l’espressione della maggioranza che lo ha eletto. Quindi non potrà più sostenere di volere dialogare soltanto con chi gli aggrada, non con "questa" sinistra, eccetera.
Sinora Berlusconi ha voluto fare tutto lui, i due poli del parlamento, una specie di ermafroditismo costituzionale che non sta né in cielo né in terra. Mentre nel nome del dispetto verso la democrazia si vogliono bruciare 400 milioni differenziando la giornata elettorale da quella referendaria. E’ una proposta illogica, immorale ed irresponsabile. Mancano i soldi per tutto, ma non per soddisfare le voglie illiberali di Bossi e compagnia. Ma di tutto ciò il capo del governo non si rende conto. Come dice Franceschini, Berlusconi vive "chiuso nel suo bunker dorato". Dove usa soltanto il dizionario dei sinonimi per cercare l'aggettivo meno agghiacciante per descrive una situazione economica agghiacciante. Ma come si diceva tanto tempo fa, i nomi sono una conseguenze delle cose. Prima o poi la gente se ne accorge. Non è colpa dell'astronomo se cadono le stelle. Ed è inutile consultare gli astrologi.
[07.03.2009, anno IV, post n. 69 (789), © by Antonio Montanari 2009. Mail]
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Publié le 05/03/2009 à 17:31
Par antoniomontanari
Oggi si è mosso persino il "Foglio" (diretto da Giuliano Ferrara e proprietà della signora Veronica Lario in Berlusconi, con annessi aiuti statali) contro il francese "Canal Plus" che ha inventato un labiale del cavaliere mentre discorreva con Sarkozy. "Canal Plus" ha interpretato "C’est moi qui t’ai donné ta femme" (nella foto sotto), al posto di un più prosaico: "Tu sais que j’ai etudié à la Sorbonne".
"Sbagliare si può, ma poi si deve chiedere scusa", sentenzia il "Foglio". Ci permettiamo di osservare solamente che il signor Berlusconi Silvio non è mai stato allievo della Sorbona.
Giuseppe D'Avanzo ha scritto di recente su "Repubblica": nei discorsi di Berlusconi "ci sono le menzogne di conversazione e di interesse; di vanità, di esagerazione; di abbellimento; di fabulazione gratuita".
Corrado Augias sullo stesso quotidiano ha osservato che il cavaliere l'8 luglio 1989 aveva dichiarato: "Ho studiato due anni a Parigi, alla Sorbona, e per mantenermi dovevo suonare e cantare nei locali della capitale". Il 4 agosto 2003 alla "Bild Zeitung" aveva detto: "L'unica vacanza che ricordi è un periodo di ferie alla Sorbona per frequentare dei corsi". Sottolinea Augias: "Le indicazioni come si vede sono vaghe e contraddittorie. Comunque ho voluto tentare e grazie a persone amiche ho fatto svolgere una ricerca al segretariato della Sorbona per gli anni dal 1954 al 1959. Agli atti non figurano titoli di studio al nome di Berlusconi Silvio. Ma potrebbe essersi trattato di un breve corso estivo per studenti stranieri e in questo caso la ricerca sarebbe impossibile".
Morale della favola. Lasciamo i seguaci del cavaliere (come Ferrara) riscaldarsi sulla vera versione del labiale. Noialtri leggiamo i racconti che il capo del governo fa come favolette ad uso di un popolo che lui considera deficiente. Smettiamola di parlare di gaffe. Sono gesti con cui lui vuole confezionare pagine non documentabili della sua biografia. Per affascinare i creduloni. Altro che balle. C'è molta gente che le considera verità teologiche.
Che questo sia lo scopo (politico) del suo parlare lo dimostra l'intervento del "Foglio". Non ridicolizziamo il premier per le gaffe vere o presunte. Stiamo sul suo stesso piano dialettico. Ci getta fumo negli occhi. Rispediamo quel fumo al mittente per guardare con lucidità la vita di ogni giorno. Soltanto per dimostrare che non stiamo al suo gioco. La politica è leggermente qualcosa di diverso dalle favole alla Ettore Petrolini.
[05.03.2009, anno IV, post n. 68 (788), © by Antonio Montanari 2009. Mail]
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Publié le 04/03/2009 à 16:35
Par antoniomontanari
Se lo è chiesto un lettore della "Stampa" nelle lettere di ieri, Luciano Simonetti: “Ma allora se non ci sono i soldi, da dove escono i cento milioni di dollari per ricostruire Gaza?". Ci associamo alla domanda. Aggiungendo che qualche spicciolo sembra essere stato promesso pure alla Libia. Da un'intervista allo storico Angelo Del Boca ("Repubblica" di ieri), ricaviamo la modesta cifra di cinque miliardi di dollari "come indennizzo per i crimini compiuti in trent'anni di presenza in Libia e per i centomila morti provocati".
Non si discute né dei crimini né dei morti provocati. Il problema è che diventa un crimine pure non occuparsi del pane e del companatico di tante persone, oggi e qui, in Italia. Si dirà che Berlusconi nutre "sogni di gloria" (basta vederlo come corteggia il leader libico). Sì, sogni costosi, molto costosi. Perfettamente spiegati da un "retroscena" di Augusto Minzolini ieri sulla "Stampa", una risposta diretta all'articolo che lunedì Mario Calabresi aveva pubblicato su "Repubblica". Calabresi aveva sottolineato come alla Casa Bianca non abbiano gradito certe rodomontate del cavaliere. Attraverso Minzolini, Palazzo Chigi ha fatto sapere quali progetti abbia Berlusconi in mente per l'Italia. Il titolo dice molto: "... sogna il mediare il summit Obama-Medvedev". Sogna, appunto.
Il piano contro la miseria nel mondo, illustrato da Minzolini, guarda lontano e non tien conto delle vicinanze. Tanto per gli italiani basta dargli una partita di pallone ed un mandolino che accompagni gorgheggi melodici, e la fame si acquieta.
Crediamo abbia ragione Nicola Zingaretti, presidente della Provincia di Roma: l'Italia è un Paese "dove le ingiustizie sono aumentate, il ceto medio si è impoverito e indebitato". Non basta a farci felici sapere che Gheddafi ha regalato due cammelli a Berlusconi.
Curiosità non banale. In certi ambienti ecclesiastici si sono studiate nuove forme di penitenza quaresimale, cioè non chattare, o non mandare sms. Per favore: c'è qualcuno in Vaticano che possa convincere le competenti e subordinate autorità periferiche che la penitenza dovrebbe essere considerata qualcosa di più serio? Forse il piano Berlusconi per tenere a dieta gli italiani con la crisi, rientra nel progetto di salvare lo Spirito e mortificare la carne. [04.03.2009, anno IV, post n. 67 (787), © by Antonio Montanari 2009. Mail]
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