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Publié le 26/04/2007 à 15:10
Par antoniomontanari

Bayroy François Bayrou si farà un partito e lo chiamerà democratico, come quello di Prodi Rutelli e Fassino. I quali si troveranno così in un bel guaio.
Per restare centrista (o come osserva argutamente Domenico Quirico, per rimanere centrale nel gioco politico francese), Bayrou userà un’etichetta che a livello italiano indica però non soltanto il centro dell’elettorato moderato europeo, ma pure quella parte di sinistra che in Francia guarda a Ségolène Royal.

Dunque l’etichetta di Bayrou turberà alla fine ancor di più gli umori italici.
Già c’era stato un equivoco tra Ségolène Royal e Prodi. Lei dice che lui andrà domani venerdì a Lione. Lui risponde che non sa nulla poi aggiunge: le manderò una cartolina (in video).

Adesso insomma le cose francesi rischiano di spaccare altre uova nella casa «democratica» in costruzione a Roma. Ovvero una bella frittata.
Non so se la traduzione di omlette renda l’idea, ma la sostanza è quella. (I francesi hanno l’equivalente della nostra frase «rompere le uova nel paniere»?)

Comunque la morale della favola è questa. Quando parla il centrista francese Bayrou s’agita il centrista italiano Rutelli, anche perché Bayrou tratta male Berlusconi.
Al quale i «democratici» nostrani di governo stanno invece guardando con simpatia per l’affare Telecom.

Bayrou ha accusato Sarkozy d’avere «qualche somiglianza» con Berlusconi, quasi ricalcando il discorso fatto il giorno precedente da madame Royal. Per la quale, Sarkozy «vuole un’Europa che non vogliamo, un’Europa ultraliberale alla Berlsuconi».

In tal modo pure madame Royal inquieta i colleghi-compagni romani mentre questi pensano appunto al Cavaliere come salvatore della Patria nel campo nella telefonia nazionale.

Quando Fassino e Prodi guardano verso Parigi, tremano. Come quando tengono d’occhio i loro dissidenti interni, in fuga verso l’appuntamento di domenica prossima, detto degli «Uniti a sinistra». (Diceva Totò: «Ma mi faccia il piacere!».)

Intanto si pensa alla gestazione del Pd nostro non di Bayrou. E si cerca di capire il senso di quel motto «una testa – un voto».
A me sembra l’eco della discussione avvenuta nel 1789 agli Stati generali francesi, sul voto non per «ordine» ma appunto per testa.
Quello per «ordine» avrebbe favorito nobili ed ecclesiastici. Il voto per testa avrebbe fatto invece trionfare il «terzo stato», quello da cui nasce tutto quanto succede poi.

Venendo all’oggi, i partiti hanno sostituito gli «ordini» dell’antico regime.
La proposta è di votare non secondo i partiti (cioè la loro consistenza parlamentare odierna), ma secondo le «teste» degli elettori che s’iscriveranno alle primarie a venire del Pd.

Tornando alle storie parallele di Parigi e Roma: Bayrou dimostra come perdendo le elezioni non si abbandoni la speranza di condizionare il quadro politico.
Se vivesse in Italia, lo chiamerebbero Andreotti.

Antonio Montanari

Publié le 24/04/2007 à 16:22
Par antoniomontanari

RomaparigiLa Roma politica che ruota attorno al governo ed al nascituro Partito democratico, avrebbe potuto ricavare una tranquilla lezione ammonitrice dal primo turno delle elezioni presidenziali francesi, se madame Ségolène Royal avesse avuto più di quel 25,84% dei voti che ha conseguito. Un risultato che tuttavia supera quasi di un punto quanto le accreditavano i sondaggi.
Invece a Roma si danno le solite contraddittorie interpretazioni come ai tempi del «Candido» di Giovannino Guareschi, con il «visto da destra» ed il «visto da sinistra». C’è una sola differenza. Adesso, le opposte valutazioni del voto francese sono all’interno dello stesso Pd, non in schieramenti concorrenti. A Parigi l’ago della bilancia si mostra il centro di Bayrou. A Roma nel Pd il centro rutelliano che guarda a Bayrou, fa da bastiancontrario rispetto all’ala fassiniana che plaude a Ségolène Royal. Dunque, una tipica situazione da «fratelli coltelli».
Osserva il sociologo della politica Alain Touraine nell’intervista di stamane fattagli da Domenico Quirico: «Ségolène ha realizzato un buon colpo ma ora tutto dipende da Bayrou e dai suoi voti». Se il buon colpo di madame Royal si ripetesse nel ballottaggio e lei la spuntasse su Nicolas Sarkozy proprio grazie ai centristi di Bayrou, quali conseguenze si registrebbero in Italia nella gestazione del Pd, è facile immaginare.
Per Roma, se il centro francese risultasse determinante, sarebbe (forse, mi auguro di sbagliare) un indebolimento della nostra sinistra che guarda con simpatia a Ségolène Royal. Però, se madame perdesse e trionfasse Sarkozy, altrettanto probabilmente le cose andrebbero male per il nostro Pd.
Ci sarebbe sempre qualcuno pronto ad accusare il nome «socialista» della candidata quale causa della sconfitta.
Se entrambe le ipotesi (vittoria o sconfitta di madame Royal) non vanno bene per il partito Democratico italiano in gestazione, significa forse che, per chi ci crede, si preparano giorni meno sorridenti di quelli vissuti a Firenze ed a Roma durante lo scioglimento di Ds e Margherita.

Antonio Montanari

Questo articolo è tratto dal mio blog di StampaWeb

Publié le 20/04/2007 à 09:27
Par antoniomontanari

«Rispetto per i dissidenti»: questo è il titolo di un mio intervento pubblicato oggi sul Corriere Romagna. Riporto integralmente il testo da me spedito segnalando [tra parentesi quadre] le parti tagliate per esigenze di spazio.


Nei giorni di vigilia decisivi per le future sorti del Partito democratico, con lo svolgimento degli ultimi congressi di Quercia e Margherita, forse sono troppi i conti in sospeso per poter sperare in una serena gestazione della nuova formazione. La quale dovrebbe raccogliere con entusiasmo riformisti e moderati, insomma una specie di matrimonio d’interesse fra diavolo ed acqua santa, del tutto improbabile se non addirittura improponibile dal punto di vista logico. Ma si sa che spesso, nella storia e nella vita, non conta la logica.
[Talora vincono i buoni sentimenti ed in altre occasioni trionfa la capacità di reagire con durezza ai fatti che ci sono davanti. I buoni sentimenti sono spesso causa di forti delusioni e fregature. L’esperienza di ognuno potrebbe farne un catalogo illuminante.]
Figurarsi se andiamo a vedere le vicende collettive. Una per tutte, lo sconforto che dopo tangentopoli ha coinvolto tante persone perbene che s’erano illuse con il programma riformista socialista craxiano, per superare l’eterno dualismo fra biancofiore e bandiera rossa.
Ma anche la durezza ha le sue controindicazioni ed i suoi gravi effetti collaterali. La storia politica italiana ne ha tanti esempi, riassumibili in quella frase ironica e drammatica al tempo stesso, che usava Pietro Nenni: «Alla fine c’è sempre uno più puro che ti epura».
Il centro-sinistra sta navigando faticosamente fra due scogli, quello della conservazione sostenuta dai moderati e quello della fuga in avanti (per usare formule vecchie ma spero comprensibili) di chi non vuole accettare lo status quo, l’immobilismo e l’inerzia. E dicendo di non stare al gioco, se ne esce dalla casa-madre non più sbattendo la porta ma avvertendo in anticipo con un significativo galateo: guardate che ce ne andiamo.
Un tempo i moderati avrebbero risposto deridendo come Togliatti fece con Vittorini. Oggi questo non basta più o non è più possibile. Oggi ai moderati, proprio in virtù della loro posizione che dovrebbe essere elastica e non dogmatica, tocca il compito certo difficile di comprendere che il dissidente di casa propria non è un eretico, che la sua fuga indebolisce la possibilità di una gestione «ulivistica» (insomma, tutti assieme appassionatamente), e che si fa soltanto il gioco politico di una destra litigiosa, senza idee, in affanno costante per barcamenarsi tra il peronismo berlusconiano e la necessaria visibilità dei singoli leader delle piccole formazioni che però hanno grande capacità di ricatto. Come dimostra il fatto che nella discussione sulla riforma elettorale la soglia di sbarramento del 5 per cento è stata abbassata addirittura al 2 [(cioè praticamente a zero) per non scontentare nessuno].
Nelle settimane che passeranno tra gli ultimi congressi di Quercia e Margherita per arrivare alla fase costituente del Partito democratico, le ragioni dei dissidenti dovrebbero trovare ascolto, non per patteggiare alcunché ma per comprendere la posta in gioco [(drammatica) che richiama in un certo senso quella del primo dopoguerra del secolo scorso].
Nel 1920 socialisti e popolari vinsero elezioni comunali e provinciali, dopo che nel 1919 la vecchia maggioranza liberale era passata da 310 a 179 seggi. Nel 1919 socialisti e popolari ebbero 257 seggi contro i 251 degli altri partiti. Nel 1921 i socialisti persero 33 seggi, di cui 15 andarono al pci. I popolari con 108 seggi (+7) ed i fascisti al debutto con 35, furono collegati nel blocco nazionale che raccolse in tutto 274 deputati. Gli agrari scelsero l’aiuto dello squadrismo, e poi l’uomo di Predappio fece la marcia su Roma in carrozza letto.
Era lo stesso ottobre 1922 in cui i riformisti furono cacciati dal partito socialista. Si chiamavano Turati, Treves e Matteotti. [Il quale nel 1924, dopo aver denunciato le illegalità e le violenze compiute dal governo a danno dell’opposizione, fu rapito ed ucciso.]
Oggi i contesti sono fortunatamente diversi. Ma resta la lezione. I dissidenti non hanno torto per principio. [Soprattutto oggi che la regola della discussione democratica dovrebbe essere rispettata dai partiti per primi. Soprattutto da quelli che debbono ancora costituirsi.]
Antonio Montanari
Publié le 03/04/2007 à 16:44
Par antoniomontanari
Humeur : Souriante

Il post dedicato ad Elisabetta Gardini ed a Katia Zanotti è segnalato oggi nella home page della StampaWeb.

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