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Publié le 09/04/2008 à 18:25
Par antoniomontanari

Santachat Il gran finale del voto 2008 procede peggio della peggiore previsione.
Ingenuo fin dalla suola delle scarpe appare Veltroni nello scrivere al suo avversario quella infelice lettera sulla fedeltà alla Costituzione.
Ma il buon Walter non si è ancora accorto di che pasta è fatto il cavaliere? Il quale oggi è ritornato sul tema dei brogli, invitando la sinistra ad "evitare altri trucchi".
Veltroni poteva evitare di rispondere, giustificandosi: "La sinistra non siamo noi". No, ha detto: "Ma una persona così pensate che possa governare un Paese?". Purtroppo è già successo, e forse l'avremo ancora a palazzo Chigi.

Più a sinistra di Veltroni rischia di apparire la signora Santanché quando rifiuta il discorso sul "voto inutile" e ricorda che, dire certe cose, significa non aver rispetto della democrazia "che è costata molte vite".
Perbacco, una signora con la "fiamma" nel  cuore e nel simbolo elettorale, evoca i "fantasmi" della perfida sinistra, Resistenza Liberazione dal nazi-fascismo e Democrazia, che persino il moderato Berlusconi odia a più non posso?
Una signora che con estrema sincerità e rivendicando una franchezza di linguaggio, che una volta era appannaggio soltanto delle donne di estrema sinistra, sentenzia: "Silvio  è ossessionato da me. Non gliela do".

Abbraccio Inconsapevolmente, la signora della "fiamma" ha battuto una sua rivale di opposta fazione, la candidata Milly D'Abbraccio. La quale, per corrispondere al proprio cognome, costringe ad una specie di kamasutra elettorale. Se vi si avvinghia, almeno in immagine, vi sarà difficile guardarla negli occhi. Infatti, come avverte Gianluca Nicoletti, dai manifesti esibisce "terga scultoree che fuoriescono da un collant a rete rosa shocking".

Il candidato leader del Pdl propone un baratto: presidenza del senato al Pd, noi al governo ed al Quirinale. Dove, come ampiamente previsto nei piani non tanto segreti del Pdl, dovrebbe salire il cavaliere, lasciando a Fini la seggiolona di capo del governo.
Ma per dimostrare che nella vita tutto è più dovuto alla parte esibita dalla candidata D'Abbraccio che all'intelligenza, potrebbe occuparla, quella seggiolona, l'odiato Casini, amato dai cattolici di centro e di destra e pure da quelli riformisti, come si chiamano oggi, od adulti come li sbeffeggia Cossiga abusando dell'etichetta prodiana: insomma quelli che albergano more uxorio con Veltroni ma non maledirebbero un incarico al candidato vaticano in pectore.

[Anno III, post n. 109 (486), © by Antonio Montanari 2008]

Publié le 08/04/2008 à 18:20
Par antoniomontanari

Cossiga08042008 La lettera inviata oggi da Francesco Cossiga alla "Stampa" ("Parlando da cattolico infante") riapre un suo vecchio discorso. La straordinaria nonchalanche che egli mostra è più tagliente di un coltello da macellaio.

Quando si definisce "cattolico infante", manifesta un retrogusto che si coglie soltanto se si ricorda che la stessa etichetta l'ha usata altre volte, non tanto per spiegare se stesso ma per attaccare gli altri.
I quali erano rispettivamente il sindaco di Roma ed il presidente del Consiglio Romano Prodi (18 giugno 2007); ed il ministro Rosy Bindi (21 gennaio 2008).

Nel 2007 chiese scusa al papa per le offese arrecate alla Chiesa etc. dal Gay pride, aggiungendo una velenosa postilla su Romano Prodi: "Questa lettera aperta di scuse gliela avrebbe dovuta forse scrivere il Presidente del Consiglio dei ministri, cattolico e 'cattolico adulto': ma egli, e lo comprendo, non può perché ritiene che la politica e la religione debbano essere non solo distinte ma separate...".

Anche con Rosy Bindi citò i "cattolici adulti", infamandoli con la consueta grazia: "non sono un 'cattolico adulto', ma un 'cattolico infante'". I "cattolici adulti" hanno "la pretesa di parlare direttamente con Dio, anche bypassando il Vescovo di Roma e della Chiesa Universale, e cioè il Papa". E credono "di essere, come i catari, i Santi".
Cossiga invece sa soltanto di essere un "cattolico peccatore che si salverá per la Grazia di Dio, mosso dalla quale cerco di cooperare con le buone opere, anche obbedendo al Papa e ai Vescovi".

Nella lettera di oggi, Cossiga ribadisce la totale differenza fra i "cattolici adulti" o "cattolici democratici", e quelli come lui, gli "infanti" o quasi "teodem".
Da profondo conoscitore della teologia (anche se sostiene di saperne soltanto "qualcosa"), Cossiga conduce in porto una perfetta operazione per confondere le menti e le acque della politica.
Il suo gioco dialettico serve soltanto a gettare fango sul movimento di Veltroni, fingendone l'elogio: "Per quanto mi riguarda, forse io voterò per il Partito democratico, anche se ancora non ho ben capito cosa sia!: ma io non sono iscritto a questo partito, e in Parlamento voterò come mi pare, anzi, come appartenente alla Diocesi di Roma e quindi fedele del Vescovo di Roma, che è anche Papa".

A questo punto, caro presidente Cossiga, con tutta la simpatia che nutriamo per lei e che lei costantemente ci ispira (come pubblicamente le testimoniammo), non ci resta altro che dire: "Viva Porta Pia".


[Anno III, post n. 108 (485), © by Antonio Montanari 2008]

Publié le 07/04/2008 à 18:42
Par antoniomontanari

Bossi02p Umberto Bossi non è nuovo a 'sparare' la minaccia del ricorso alle armi per imporre le sue ragioni.
L'ultima occasione è stata la sortita contro le schede elettorali (conseguenti alla "porcata" del suo colonnello Calderoli): "Se necessario, per fermare i romani che hanno stampato queste schede elettorali che sono una vera porcata, e non permettono di votare in semplicità e chiarezza, potremmo anche imbracciare i fucili".
Pochi hanno compreso il verso senso di quelle parole. Che cioè, un senso non ce l'hanno. È la solita carotina messa davanti al somaro per farlo camminare. In questo caso, anzi come sempre, nella parabola politica bossiana, il somaro sarebbe l'elettore... Per tenerlo dalla propria parte, le prova tutte, per cui mette in imbarazzo anche i colleghi del suo schieramento.

L'on. Berlusconi se l'è cavata con una frase molto infelice. Se fossi in Bossi la considererei offensiva. Il cavaliere ha detto testualmente: "Bossi ha avuto quello che ha avuto e si esprime per slogan".
A questo punto, dopo aver detto che da sempre non condivido nulla di quello che sostiene Bossi, mi sento moralmente dalla sua parte. Berlusconi lo fa passare per quello che non è. Bossi è capace di intendere e di volere. Dal punto di vista medico-legale. Da quello politico, è un altro paio di maniche (soggettivamente, dal mio punto di vista). Troppo comoda appare l'etichetta del malato appiccicata all'amico per svicolare dalla questione politica. Ma questa è la politica italiana.

Obiettivamente viene da chiedersi: c'è da allarmarsi per le minacce di cannoni che potrebbero scendere dalle valli alpine per marciare su Roma, o piuttosto non sono da temere di più le feste a base di cannoli?
Ieri Totò Cuffaro ha ordinato un vassoio di cannoli da offrire a Berlusconi in visita a Palermo. Il suo rivale Gianfranco Miccichè, presidente dell'Assemblea regionale siciliana, s'è premurato di spiegare alla stampa: "Mi risulta che Berlusconi non ami i cannoli".Cannoli
Va bene. Berlusconi forse non ama i cannoli, da quando sono passati alla storia della Repubblica per merito dello stesso Cuffaro. Il quale li ha usati durante i festeggiamenti dopo una condanna in primo grado a cinque anni di reclusione ma senza l’aggravante di aver favorito la mafia.

[Anno III, post n. 107 (484), © by Antonio Montanari 2008]

Publié le 06/04/2008 à 18:10
Par antoniomontanari

Paolovillaggio Strepitosa intervista ieri sera a "Che tempo che fa" di Paolo Villaggio per la presentazione di un suo libro, "Storia della libertà di pensiero". Elegante, serio come deve recitare un comico serio, Villaggio ha impartito una bella lezione intellettuale a quanti dimenticano le piccole regole del "pensare rettamente". Tra cui c'è quella di non appiattirsi sulle ovvietà, e se possibile di marciare controcorrente, almeno un poco, se non sempre.

Una delle cose migliori che la cultura e la politica contemporanea potrebbero riservare a noi umilissimi spettatori dei giochi da circo romano ("panem et circenses": tanto per farci passare il tempo e la fame della verità), sarebbe un confronto fra Paolo Villaggio e Giuliano Ferrara.

Giuliano Ferrara, sì proprio lui, il candidato ad una beatificazione immediata e sponsorizzata dalle più belle menti del giornalismo italiano, oltre che dal cardinal Caffarra di Bologna.
"Repubblica" di ieri ospitava una lettera di Ferrara in cui spiegava di aver voluto evitare un confronto (il terzo) con il prof. Ignazio Marino perché costui è "un uomo molto noioso".
Il prof. Marino ha risposto nella stessa sede: Ferrara non si è presentato "perché sapeva di perdere, come è accaduto nelle due altre occasioni".

Singapore Il prof. Ernesto Galli della Loggia non deve aver letto la dichiarazione del prof. Marino prima di stendere un approfondito saggio apparso sul "Corriere della Sera" di oggi come articolo di fondo, intitolato "L'invenzione dei mostri".
Se l'avesse letta, forse avrebbe inserito lo stesso prof. Marino nella lista dei reprobi che usano disprezzo e manipolazione nei confronti di chi la pensa diversamente.
Certamente, Galli della Loggia non avrebbe cambiato la sua opinione, tanto saldamente arroccata sulla posizione avversa ai critici del "povero" Ferrara, martire della perfidia di tanti avversari. Che lo dipingono come "una sorta di orco antiaborista, uno che voleva ricacciare le donne nella clandestinità delle mammane".
Galli della Loggia non ricorda la definizione di "assassine" usata da Ferrara verso le donne che hanno abortito. Il termine, preso dal linguaggio giuridico, ha una sua valenza terribile, che non dovrebbe sfuggire ad un intellettuale raffinato come Galli della Loggia.

Il quale da storico sa bene che in tempi anche remoti la dialettica politica è stata sempre piuttosto violenta da tutte le parti, preti e frati compresi. Un ricordo di famiglia. Il fratello di mia madre ebbe un contraddittorio nel dopoguerra, per le prime elezioni democratiche, con il cappuccino padre Luigi Samoggia. Il quale, sconfitto nel confronto dialettico, gli scaricò addosso anatemi e maledizioni. Per chiudere elegantemente lì il discorso.

[Anno III, post n. 106 (483), © by Antonio Montanari 2008]

Publié le 05/04/2008 à 18:48
Par antoniomontanari

05042008stampa Walter Veltroni scopre soltanto ora che il suo avversario fa una campagna elettorale in «modo assolutamente incivile».
La risposta indiretta del cavaliere non tarda: è un appello al capo dello Stato perché garantisca la regolarità del voto, messa in forse dalla impostazione grafica delle schede elettorali.
Secondo Berlusconi, esse "inducono più facilmente all’errore che all’espressione di un voto regolare".

Dunque, finito il discorso sui contenuti tutto gira attorno a giochi retorici per distogliere l'attenzione della gente dai problemi reali del Paese. Prima si diceva attenti ai brogli, adesso attenti alle schede perché la gente non capisce nulla.

Non è che gli amici e colleghi di Veltroni (sarebbe esagerato dire compagni) non siano sintonizzati sulla stessa lunghezza d'onda dei giochi retorici.
Domani nel mio borgo selvaggio  si tiene una grande manifestazione del Pd sul tema: "Le parole da non scordare".

Pensate un po': la gente è in crisi per i mutui, gli aumenti dei prezzi e delle tariffe, e qui si offre come massimo della discussione politica, ad una settimana esatta dal voto, questa convention sul dialetto: "E' un modo di esplorare la nostra cultura, ma anche, per chiunque interverrà, per portare le parole e il loro significato con sé, nel futuro. Potrà farlo sui due muri che verranno allestiti, di cinque metri, dove segnare pensieri, parole, figure importanti del nostro tessuto", ha spiegato Andrea Gnassi, segretario provinciale del Partito Democratico.
Citiamo dal sito ufficiale del Pd. Dove si legge che alla base della manifestazione c'è la coscienza che "la perdita di una parola non è solo la perdita di una sfumatura".

Utile spiegazione che si può fornire magari a chi perde il lavoro: "Ma che cosa vuoi che sia mai... Vuoi mettere in confronto con la perdita di una parola in dialetto nel nostro parlar quotidiano?".
In italiano la risposta potrebbe essere: "Ma va a c....". In dialetto, i nostri vecchi dicevano: "Ma va' in te dom", vai nel duomo. Chissà perché: non lo sappiamo, non siamo esperti. Attendiamo lumi domani dall'incontro del Pd, intitolato appunto "Us geva isé". Si diceva così.
Per non restare isolati ed incompresi, noi aderiamo toto corde all'espressione nazionale, tra Pasolini e Moravia, "Ma andate a c....".

[Anno III, post n. 105 (482), © by Antonio Montanari 2008]



BlogcinaZeng Jinyan, moglie di Hu Jia: la loro storia internettiana e politica è tutta da considerare.

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