L'intervista si legge in questa pagina speciale.
[14.04.2009, anno IV, post n. 110 (830), © by Antonio Montanari 2009. Mail.]
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Publié le 14/04/2009 à 17:20
L'intervista si legge in questa pagina speciale. [14.04.2009, anno IV, post n. 110 (830), © by Antonio Montanari 2009. Mail.] Publié le 14/04/2009 à 16:19
L'on. Cicchitto sostiene che Santoro vuole destabilizzare il quadro politico. Due ipotesi. Santoro ha torto marcio ed allora Cicchitto inventa un caso politico per mettere il bavaglio all'informazione. Se infatti "Anno zero" ha detto balle, Santoro si è scavato la fossa sotto i piedi da solo non destabilizza il governo ma soltanto se stesso e la sua squadra. Basterebbe querelare lui ed i suoi colleghi, attendere con pazienza la sentenza del giudice e nel frattempo sospenderlo e poi cacciarlo. Un Santoro sospeso e silente forse è più destabilizzante di quando parla. Seconda ipotesi. Santoro ha ragione per la sua tesi che non è riuscito a far comprendere ai governativi che lo contestavano. Ovvero che è mancata la prevenzione in una città che ballava da mesi. E che la protezione civile fa troppe cose, tra cui organizzare i grandi eventi come il G8 in Sardegna. Se Santoro ha ragione, le cose non si mettono bene per l'Italia. Perché la protesta di Cicchitto significa soltanto che al di fuori del "pensiero unico" del governo non è lecito dire altre cose. La vera posta in gioco, come ha detto Giuseppe Giulietti, è l'informazione libera. Ha ragione Emma Bonino: "Non sono una grande estimatrice di Santoro ma non capisco cosa gli si contesta". In mezzo alla confusione che si è creata attorno alla trasmissione di giovedì scorso, l'unico che possa ringraziare il governo è Di Pietro, passato all'incasso in mezzo alle titubanze del Pd. Censura, ovviamente è una parola oscena che Zavoli scarta. Ma quell'accenno ad un "indirizzo più vincolante che in passato" sa molto da editto. Se non bulgaro all'amatriciana. A Zavoli e c. consiglierei la lettura del fondo di Bernardo Valli sulla stessa "Repubblica" di oggi, dedicato alle critiche che la stampa straniera rivolge al governo italiano, ed alle reazioni stizzite per via diplomatica di quest'ultimo. Ne ha parlato ieri "Le Monde" con un pezzo di Philippe Ridet: "Depuis un mois, le Palazzo Chigi, siège de la présidence du conseil, rectifie toutes les informations qu'il croit offensantes pour l'Italie et les Italiens dans les journaux étrangers". Ridet spiega che ci sono quattro cose che impediscono di fare l'elogio dell'Italia: mafia, inefficienza dello Stato, xenofobia della Lega "et les mauvaises blagues de Silvio Berlusconi", gli spropositi verbali del nostro premier. E' difficile dare torto ad una siffatta analisi, a meno che non si sia sostenitori di quel "pensiero unico" che si vuol imporre all'informazione, e che potrebbe portare, con la benedizione zavoliana del Pd, ad un "indirizzo più vincolante che in passato" per le trasmissioni televisive. [14.04.2009, anno IV, post n. 109 (829), © by Antonio Montanari 2009. Mail.] Publié le 10/04/2009 à 15:39
Forse sarebbe il caso di riandare invece allo spirito solidaristico della nostra Costituzione repubblicana, con quanto si legge nel secondo comma dell'art. 3. Laddove si assegna alla Repubblica il compito di "rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale" che possono limitare "di fatto" libertà ed eguaglianza dei cittadini. Il nostro premier non ama molto citare la Costituzione. E se lo fa, se la accomoda ai propri processi mentali. Come è successo di recente quando ha ricordato l'art. 1, senza leggerlo tutto, ma soltanto nella prima parte, quella in cui si dice che "la sovranità appartiene al popolo". Ha così omesso il passo successivo, dove si legge che il popolo esercita tale sovranità "nelle forme e nei limiti della Costituzione". La parola "limiti" gli provoca insopportabili allergie. [Ricaviamo la notizia da un articolo di Andrea Manzella, "La Costituzione di Berlusconi", apparso il 7 aprile su "la Repubblica", pagina 33.] [10.04.2009, anno IV, post n. 108 (828), © by Antonio Montanari 2009. Mail.] Publié le 10/04/2009 à 15:39
Casini, nel senso di Pier Ferdinando, sulla "Stampa" scrive oggi un manifesto del moderatismo piglia-tutto. Ovvero sia a destra sia a sinistra rispetto a quel centro in cui si colloca con assoluta coerenza. Ma non senza qualche pesante responsabilità, come da pubblico mea culpa contenuto nello stesso articolo. Casini parla dei "diversi errori" compiuti dall'Udc operando nel sistema attuale del bipartitismo che ha portato al trionfo del populismo di Berlusconi. E che avrebbe potuto essere pure il populismo di un leader del Pd, se questo partito lo avesse potuto partorire, secondo l'interpretazione offerta da Luca Ricolfi sempre sulla "Stampa" il 6 aprile. Ferruccio De Bortoli debutta al timore del "Corriere della Sera" con un altro manifesto del moderatismo: "Noi siamo dei moderati, sottolineo moderati". Anche De Bortoli critica il populismo di Berlusconi, pure se non usa questo termine. Come direttore di un (grande) giornale prende la questione sotto l'aspetto tecnico, ma ovviamente senza rinvio esplicitamente politico. Scrive infatti: "Molti confondono l'informazione con la comunicazione di parte o la considerano la prosecuzione della pubblicità con altri mezzi". Bella ed interessante questa frase che richiama direttamente, per rifiutarla, la concezione della vita politica che è tipicamente berlusconiana. A questa concezione De Bortoli rimanda ancora in un altro punto: "Con i cantori a pagamento e gli spin doctors improvvisati non si va da nessuna parte". Coincidenza numero tre, non di certo casuale se rimanda anch'essa al "Corriere della Sera" ed all'anticipazione di un libro di Enrico Letta. Intitolata: "Il Pd sembra il Pci, guardiamo ai moderati". Enrico Letta dichiara che "questo bipolarismo è finito". E che anche il Pd passerà in archivio, "condannato alla sconfitta". Letta riconosce i meriti di Prodi ma denuncia che nel centrosinistra, da tre lustri, si avverte "la vergogna di parlare ai moderati". Da oggi quella vergogna è destinata a scomparire? Sembra di sì, al lettore ignaro di retroscena reali, e suggestionabile soltanto attraverso queste "coincidenze moderate". Che non sono "moderate coincidenze", anzi molto forti. Il capo carismatico sarà Casini. Letta farà il traghettatore dal Pd verso il nuovo partito. Per maestro del cerimoniale dell'informazione, il ruolo più importante, si propone il "Corriere" di De Bortoli. Se "questo bipolarismo è finito", non soltanto terminerà il regno di Silvio da Arcore, ma pure comincerà la processione di quanti da destra e da sinistra (si fa per dire, sinistra) dovranno essere salvati nell'onorata carriera parlamentare. Chi avrà il coraggio di negare un posto in lista alle prossime lezioni per il partito di Casini? E soprattutto ci sarà stato nel frattempo il coraggio di cambiare la legge elettorale? Perché altrimenti tra qualche anno saremmo nelle stesse identiche condizioni di oggi. Qualcun altro, più centrista di Casini (impresa non improba), gli potrebbe rimproverare di essere il solito populista. [10.04.2009, anno IV, post n. 107 (827), © by Antonio Montanari 2009. Mail.] Publié le 09/04/2009 à 16:05
Ma la gente oltre ad orecchie per sentire, ha anche un cervello per ragionare. Purtroppo spesso succede che, per tanti motivi, non ne abbia voglia. Suggeriva Machiavelli al principe di non toccare donne e portafogli dei sudditi. La gente si "sveglia" quando è coinvolta in situazioni insopportabili. Il terremoto è una di queste situazioni. Non basta dire alla gente, accolta nelle tende (senza altro conforto che quello di un soccorso immediato che non può diventare abitudine di vita), non basta dire che deve fingere di essere in vacanza al campeggio. Esiste in queste situazioni drammatiche un punto di rottura fra i discorsi paternalistici e la consapevolezza che i cittadini poi esprimono mandando a quel paese tutti i politici. Perché la gente sa in mille modi, anche senza leggere i giornali, che i furfanti esistono, che le tangenti non sono l'etichetta di un dentifricio, che la corruzione per rapporti incestuosi tra pubblico e privati non è nuova sotto il sole d'Italia. Dice un vecchio proverbio che l'ospite è come il pesce. Dopo tre giorni puzza. L'ospite importante forse dura qualche ora in più perché obbliga la gente ad assistere ai suoi funambolismi verbali. La discrezione non è una virtù dei leader populisti. Anche a loro converrebbe non approfittare della cortesia delle vittime, costrette dalla loro infelicità a subire tutto. Anche i leader populisti alla fine stancano, perché, riducendo il discorso all'osso, rappresentano soltanto quel Potere che ha al suo passivo tanti demeriti e tante situazioni terribilmente tragiche. In cui s'invocano regole (vedasi Tremonti), ma si fa di tutto poi per non applicarle (ad esempio con i condoni). Dieci ministri in tre giorni a L'Aquila sono un'overdose micidiale. E' un discorso triste perché alla fine, non per qualunquismo ma per un briciolo di rispetto delle cose accadute, la gente è costretta a mettere tutti nello stesso mazzo di profittatori delle altrui disgrazie. Come persone che hanno vissuto precedenti drammi hanno lucidamente narrato in questi giorni. Ed allora all'Italia ufficiale ed all'Italia che soffre si affianca una terza Italia, quella che è stanca di tutto e di tutti, e non per colpa propria. Non è qualunquismo, è disperazione. Non sappiamo se gli inviti del premier a prender una vacanza pasquale presso lontani parenti o a considerarsi campeggiatori sotto la tenda e non terremotati colpiti negli affetti e senza più nulla, siano uno strumento utile a procacciargli popolarità e voti elettorali. Per una specie di cinismo di riflesso davanti a tanto cinismo altrui, la cosa non ci interessa. La nostra storia passata è stata piena di adunate oceaniche. In un giornale locale una visita del duce venne narrata con la solita cronaca esaltante, infarcita da un'aggiunta perfidamente lucida, laddove si accennava a "ripetute rotture di cordoni". Non è detto che la frase non conservi una stralunata, inquietante attualità. Oggi, nella zona terremotata è andato il capo dello Stato. Non accompagnato dal capo del governo, chissà perché: ma possiamo immaginarlo. Napolitano non si è fatto intrappolare da quello sciacallaggio morale che convoglia dieci ministri in tre giorni. Ha rimproverato rudemente i fotografi che lo riprendevano, spiegando il senso della sua presenza: non una passerella ma una testimonianza. Queste le sue parole: "Poiché non sono venuto qui per farmi fotografare da voi, fatevi da parte: non rompete!". Più vicino alla terza Italia, che ama parlare chiaro (e che erroneamente è battezzata come "antipolitica"), Napolitano ha detto che esistono "irresponsabilità diffuse". Provocando l'immediata reazione di Berlusconi: "Non credo che ci siano state delle situazioni" tali da far presumere responsabilità nella costruzione degli edifici. Sullo sfondo di questa terza Italia stanno giochi e giochetti. "Abitati i due terzi delle aree a rischio", sottotitola il "Corriere della Sera" nel paginone "L'Italia delle case in zona rossa" di G.A. Stella. E' l'Italia di cui lo stesso Stella parla nel supplemento illustrato "Magazine" odierno, circa i "funamboli calabresi". Ovvero quei politici che "in equilibrio assai precario, camminano sul sottilissimo filo che fa da confine tra il centrodestra e il centrosinistra" e che sono "così bravi da riuscire ad appoggiare nello stesso tempo sia l'una che l'altra coalizione". E' la stessa Italia che dovrebbe "bere" lo spot televisivo sulla Napoli ripulita, mentre io medesimo settimanale presenta un servizio di Agostino Gramigna da Napoli: "Ritorno della monnezza", "I problemi restano. Nascosti". E' infine lo stesso Paese in cui il governo battuto ieri su ronde ed immigrati vede l'ira leghista e l'esultanza di "Repubblica". Perché, vi scrive Massimo Giannini, "intorno alla leadership attualmente minoritaria, ma radicalmente alternativa di Gianfranco Fini esiste un nocciolo duro, da destra costituzionale e nazionale, non riducibile alla categoria gregaria dell'intendenza" gollista che doveva sempre "seguire" gli ordini del capo. E' ridotta molto male una democrazia quando, anziché fondarsi sulla dialettica maggioranza-opposizione, vuole sperare qualcosa di positivo dai dissidi interni alla maggioranza stessa. Berlusconi è molto ben saldo nelle sue convinzioni e posizioni. Oggi risponde a Napolitano con una diagnosi da costruttore edile: "Personalmente ho potuto verificare che molti edifici rappresentano le tecnologie dell’epoca". Quindi non crede "che ci siano state delle situazioni" da far ipotizzare responsabilità nella costruzione degli edifici, anche se giustamente "i pm indagheranno". Il "nocciolo duro" Fini incontrerà sempre l'osso duro Berlusconi, nato per non perdere e noto per vincere (spesso). [09.04.2009, anno IV, post n. 106 (826), © by Antonio Montanari 2009. Mail.] |
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