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Publié le 31/07/2007 à 16:51
Par antoniomontanari

Ecco la storia della nottata romana dell'onorevole dell'Udc, in tutta la sua trasparenza e verità.

L'on. dell'Udc aveva indetto un incontro di meditazione politica sul tema: «Eccitazione delle masse e pericolosità della candidatura di Veltroni alla guida del Pd».

Vi hanno partecipato due altre persone:
1. un'addetta alle pubbliche relazioni, preventivamente incaricata di indagare sulle opinioni prevalenti al proposito nel corpo delle Guardie svizzere a Roma;
2. una persona di sesso femminile sotto copertura dei servizi segreti per appurare se quanto sostenuto dall'addetta corrispondeva alle informazioni in possesso degli stessi servizi segreti.

Questa terza partecipante ci ha rivelato che cosa è successo di grave nella seduta di lavoro notturno nell'albergo da «dolce vita».

L'on. dell'Udc aveva appena iniziato a leggere un testo in tedesco del suo collega di partito, e ben noto filosofo di professione, in cui si tratta dei fenomeni di estasi provocati in uomini e donne dai discorsi dell'on. Veltroni.

Fu a quel punto che ebbe un mancamento la giovane che aveva svolto indagini sulle opinioni prevalenti nel corpo delle Guardie svizzere circa lo stesso on. Veltroni.

Resta da appurare da parte delle Superiori autorità se il mancamento della giovane sia stato provocato dal testo in tedesco del filosofo-politico, o dal ricordo della visione del corpo delle Guardie svizzere.

Publié le 30/07/2007 à 18:56
Par antoniomontanari

Per farci capire le sue intenzioni, Walter Veltroni ha detto oggi che ha fatto bene tutti i lavori in cui si è impegnato: "Il direttore de L'Unità, il vicepresidente del Consiglio, il segretario dei Ds, il sindaco di Roma. La gente ha percepito che ho lavorato con motivazione e onestà di valori. Questa è la mia Ferrari ma nessuno me l'ha messa a disposizione, né me la potrà mettere. L'ho costruita io pezzo per pezzo".

L'elogio del bricolage da autodidatta, da «uomo che si è fatto da solo», è come l'esaltazione della cipolla quale strumento per prevedere il tempo nell'epoca dei satelliti meteo. (Che non sempre funzionano. Per oggi pomeriggio sopra casa mia avevano sistemato forti piogge e vento di bora. C'è un caldo terribile, sono cadute «due gocce due» un'ora fa, per scherzo.)

Il mondo è complesso non tutti viaggiano soltanto in Ferrari, egregio Veltroni. È sicuro che il suo esempio possa essere compreso? La parola è fresca di sorgente, od è condizionata dal caldo che fa?

Come le frasi di quel segretario di partito il quale ha invocato quale attenuante la solitudine del politici per giustificare il collega che aveva due ragazze in camera, una delle quali leggermente alterata dalla droga tanto da finire in ospedale, se non erro.

E per quella solitudine ben peggiore della gente comune che non ha i mezzi di cui dispongono i parlamentari che frequentano alberghi famosi, da "dolce vita", allora che cosa dovremmo inventare e poi alla fine giustificare?

Signori, a volte soltanto il silenzio può dire qualcosa, non tutto. Invece qui si abusa delle parole senza rendersene conto.

Il deputato che aveva le due ragazze in camera (mi raccomando: in camera, e non in Camera), delle quali una capitata lì per caso, ha spiegato a Guido Ruotolo che i valori cristiani a cui lui si richiama non c'entrano nulla «con l’andare con una prostituta». Trattasi soltanto di «una faccenda personale». E poi lo sfogo rivoluzionario: «Quanti parlamentari vanno a letto con le donnine? E’ un reato, per caso?».

Ieri la «Stampa» ha sdoganato il seno nudo sul giornale di carta con un titolo vagamente terroristico: «Allarme in spiaggia». Ed anche sul web, con immagini molto delicate (ne riproduco una qui sotto).

Al signore della camera (e non della Camera), non è stato lasciato il tempo di dire che si trattava di un nuovo passo verso la decadenza dei costumi, complice la grande stampa («Stampa») ed il grande capitale del Nord. Infatti lui e tanti altri parlamentari per combattere la solitudine non scendono in spiaggia, dove si esibiscono vergognosamente alcune parti invereconde del corpo umano (non ho mai compreso dove stia l'oscenità del capezzolo femminile e l'innocenza di quello maschile), ma si chiudono in albergo. Spesso con due ragazze: e se va male, una si sente giù per droga.



Foto dall'album della Stampa.it.

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Publié le 29/07/2007 à 18:37
Par antoniomontanari

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Verso le grandi penne che ho frequentato, nutro affetto e simpatia. Tra loro, c'è Eugenio Scalfari, il fondatore di «Repubblica», alle cui letture di mezzo secolo fa, quando egli era all'«Espresso» ed io un ragazzino chiuso nel provinciale umanesimo scolastico del tempo, debbo l'insegnamento di regole e vizi della economia. I suoi scritti mi sono serviti a comprendere meglio i problemi storici e quelli di attualità anche negli anni successivi.

Le sue articolesse domenicali sono una specie di laica «predica» (prendo in prestito il termine dalla celebri «Prediche inutili» di Luigi Einaudi).

Su «Repubblica» di oggi, è apparsa una sua «Breve lezione sulla felicità».

Magister Scalfari da tempo scrive di filosofia, ed il pezzo di oggi s'inserisce su questo filone. La filosofia, diceva molto concretamente mia nonna Lucia, è quella cosa con la quale e senza la quale il mondo resta tale e quale. Scalfari dimostra invece che la "sua" filosofia è quella cosa la quale riduce tutto al tentativo di dar bacchettate sulle mani a chi gli càpita a tiro.

Il fondo di stamani ne è un esempio lampante.

In breve. Scalfari ha fatto un parallelismo tra la ricerca della felicità in Silvio Berlusconi ed in Clementina Forleo. Il cavaliere si sente felice dopo un bagno di folla. Il gip milanese, per essere tale, ha dovuto esagerare: «L'irruenza del giudizio che ha anticipato un'incriminazione [...] non ha altra motivazione che una ricerca maggiore di felicità».

Allora, caro Magister Scalfari, anche lei come autore di fondi e di saggi, ha ieri cercato la sua «ricerca maggiore di felicità» non nell'ovvio richiamo al signore di Arcore, ma nel tirare in ballo un atto giudiziario sul quale dice di non volere entrare nel merito non avendone «né titolo né voglia».

Troppo snob, caro maestro, questo non aver voglia di discutere di un argomento che passa per la finestra e non per la porta principale, quando poi lei conclude appunto che quell'atto non è servito per una ricerca di «maggiore» giustizia (che dovrebbe essere unico scopo di un giudice), ma di una «maggiore felicità».

La quale è uno stato d'animo molto vago, come dimostra il fatto che qualcuno per essere felice prende a schiaffi il prossimo. Mi sembra, scusi l'ardire, proprio il suo caso del fondo di oggi, domenica 29 luglio 2007.

Publié le 27/07/2007 à 18:13
Par antoniomontanari

ScuratiOgni generazione ha le sue storielle da raccontare sull'Università. Ai miei tempi andava di moda una battuta relativa ai medici. Era una domanda da rivolgere al dottore sotto le cui mani fossimo per caso finiti (... per non essere "finiti" del tutto): «Scusi, signor medico, lei si è laureato prima o dopo il '68?».
La sfiducia nell'Università del 18 concesso tutti (il cosiddetto «18 politico»), era talmente profonda che la si reputava un'istituzione ormai inutile. Invece, l'Università vive tuttora e lotta insieme a noi. Forse combatte soltanto per sopravvivere, forse si è già eclissata nella sua funzione fondamentale, e vegeta unicamente per giustificare le spese di bilancio.
Chissà. Certo è che non si resta bene nel leggere quello che ha scritto stamani sulla «Stampa» il prof. Antonio Scurati: «I nostri laureati, in molti casi, sono semi-analfabeti di andata e ritorno». In molti casi...
Bisognerebbe chiedersi in «quali» casi, se cioè quei semi-analfabeti sono destinati soltanto ad inquinare licei o scuole medie come insegnanti, oppure se vivranno nel settore scientifico e scenderanno nelle corsie ospedaliere o negli ambulatori medici... (tanto per tornare alla battuta post-68).
Sapere ed ignoranza non sono mai concetti astratti. Amore, diceva una definizione da linguisti, è parola astratta. Però se una giovane resta incinta...
Scurati non è ottimista per nulla: «Questa rotta porta con sé un corollario terribile: stiamo rinunciando a ogni pedagogia, al tratto magistrale del nostro insegnamento, e con esso stiamo abbandonando qualsiasi idea di paideia. Dopo millenni, stiamo smettendo di credere che l’adulto possa e debba educare il giovane, che il giovane gli sia sottoposto quanto ad autorità e inferiore quanto a conoscenza.»
Lo stesso sentimento di disperazione è in un pezzo che Francesco Merlo ha pubblicato su «Repubblica» di oggi, dove si conclude che in Italia la scuola «da luogo di formazione dell'èlite» è divenuta «luogo di deformazione di massa».
Siamo ancora in tempo per rimediare qualcosa, oppure i buoi sono già usciti dalla stalla, e ce li hanno addirittura fregati?
Da spettatore un poco informato, non darei tutta la colpa ai giovani. I quali molto spesso sono soltanto vittime di un sistema che li rende succubi e li vuole obbedienti ai valori del padrone del vapore o del vaporetto.
Molto spesso, troppo spesso l'università di oggi è soltanto non una fabbrica di diplomi di laurea, come si sente dire in giro, ma è la fabbrica di cattedre per sistemare amici, parenti, colleghi con il grembiulino o la chierica (anche allegorica), insomma tutto un sottobosco di ambizioni arroganti ed ignoranti, nel senso etimologico della parola: perché non sanno nulla di quello di cui parlano.
Basterebbe un pubblico dibattito per metterli a tacere, per mostrare che dietro la loro superbia c'è soltanto aria fritta che enti pubblici poi trasformano in zucchero filato, in quell'eterno giro che passa attraverso le amministrazioni locali e può arrivare persino alle grandi case editrici.
Di recente è uscito un volume di un classico latino non troppo noto, ma pane soltanto degli specialisti. Un amico ha scoperto che la traduzione in italiano è stata condotta non sul testo originale latino (troppo semplice e troppo ovvio), ma sopra una... traduzione in francese. Ovviamente questo traduttore salirà prima o poi su qualche cattedra con tutti gli onori, se non c'è già.

Publié le 27/07/2007 à 16:43
Par antoniomontanari

Fassino01gNo, caro Fassino, no, così non va...
Lei ha consigliato al direttore del 'Corriere della Sera' Paolo Mieli, la lettura di un carteggio del 1916 tra Luigi Einaudi e Luigi Albertini, allora alla guida del quotidiano di via Solferino.
Einaudi elogiava il valore del «silenzio» degli organi di informazione, quando l'alternativa era farsi guidare «dagli adulatori delle masse, del popolo e via dicendo».

Indro Montanelli ricordava invece un altro episodio che ha per protagonista Luigi Albertini: «Gli attacchi più micidiali a quello che veniva definito un "ibrido connubio fra malavita e sacrestia" furono condotti dal 'Corriere della Sera' di Albertini, depositario della tradizione laica risorgimentale...» (p. 424, vol, VI della "Storia d'Italia").

Credo personalmente che i giornali siano fatti per realizzare il principio del quarto potere, ovvero del tribunale della pubblica opinione che controlli la vita pubblica e quindi anche la politica.

Adesso, caro Fassino, faccia i conti lei. Se è meglio citare l'invito di Montanelli a ricordare il coraggio di Albertini, oppure rassegnarsi al silenzio della libera opinione. Ricordando però che il silenzio oggi farebbe il gioco degli «adulatori delle masse» che esistono anche se il buon Veltroni non ne vede nessuno in giro. O no?

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