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Publié le 10/09/2008 à 17:11
Par antoniomontanari
Primavera 1954. Ultimo giorno di scuola della prima media, con l'insegnante di Lettere, Romolo Comandini. Lo salutammo regalandogli un libro, le "Lettere dei condannati a morte della Resistenza". Il professore lo aprì e ne lesse alcune pagine, piangendo. Per la prima volta scoprimmo il vero volto della Storia, con atrocità e tragedie. Più avanti negli anni avrei compreso il motivo di quel pianto. Nel 1942-43, richiamato alle armi, Romolo Comandini si trova ad operare in zona di guerra, in Jugoslavia: "[…] se si guardano i bimbi", scrive in un inedito, "un nodo sale alla gola: sono ombre di se stessi. Hanno fame. Vedo alcune madri che colle mani sgranano spighe di grano, che poi viene macinato tra due pietre". È il 13 giugno 1943, giorno di Pentecoste, nel villaggio di Zaton in Dalmazia, verso le 10 del mattino: i soldati italiani spartiscono con quelle madri e quei bimbi il loro rancio. La VII Compagnia comandata dal tenente Comandini è poi inviata in una località vicina. Nel frattempo, tredici donne (la più giovane ha 17 anni), vengono passate per le armi da altri militari italiani: con loro, sono fucilati anche un ragazzo di 16 anni e quattro uomini. Tutte le diciotto vittime sono ufficialmente considerate "favoreggiatori ribelli", e responsabili dell'uccisione di alcuni appartenenti a bande anticomuniste italiane, avvenuta ad otto chilometri da Zaton, villaggio da cui non si poteva né entrare né uscire, per ordine delle nostre autorità. Fatto prigioniero, Comandini è deportato in Germania, dall'ottobre 1943 all'agosto 1945. Nel rendere omaggio alla sua memoria, richiamo il tema di cui si parla in questi giorni, il valore dell'antifascismo, oggi. Savino Pezzotta, deputato dell'Udc, stamani con "Repubblica" ha ricordato il sacrificio di suo padre, Giuseppe Francesco, morto a Dachau a 29 anni. Era un alpino sopravvissuto alla campagna di Russia, non aderì alla "repubblichina" di Salò, fu uno di quelli che "scelsero di morire di fame e di stenti per fedeltà allo Stato non a Mussolini". Conclude Pezzotta con una dolorosa constatazione storica: "...avanza questa specie di revisionismo che vuole svuotare l'elemento fondativo della Repubblica. In molti modi stanno cercando di mettere in discussione la Costituzione". Onorevole Pezzotta, si ricordi di queste sue parole e delle storia di suo padre, anche quando come Udc fate l'occhiolino ai signori del governo Berlusconi od ai loro stretti parenti. Nella foto, i Tre Martiri di Rimini, da "Vuoti di memoria" in questo blog.
[Anno III, post n. 276 (653), © by Antonio Montanari 2008] gruppobloggerlastampa
Publié le 09/09/2008 à 17:42
Par antoniomontanari
Il quotidiano locale a cui sono abbonato pubblica stamani un editoriale firmato da Vittorio Emiliani: "Ai giovani bisogna dire che guasto fu la dittatura".
Sono in sostanza, ed in sintesi, le stesse cose che leggiamo in un altro fondo del medesimo Vittorio Emiliani, con un diverso taglio, su "l'Unità": "Il fascismo 'male assoluto', come ha affermato Gianfranco Fini, o male relativo, come ha sostenuto pochi giorni fa il suo confusionario allievo Gianni Alemanno sindaco di Roma? Andiamo a vedere allora i principali guasti prodotti dal fascismo, in dati e cifre"...
Emiliani ha ragione, i giovani debbono sapere "che guasto fu la dittatura". Ma tutti noi, giovani e vecchi, abbiamo diritto di sapere pure quello che succede oggi, perché altrimenti va a farsi friggere la nostra idea di democrazia che giustamente contrapponiamo alla sua negazione "assoluta" (coma va di moda dire oggi).
Si dà il caso che poco tempo fa (12 agosto) allo stesso quotidiano locale a cui sono abbonato, abbia inviato una lettera che non è stata pubblicata (non oso dire censurata). E che cominciava così: "Presidente della Provincia e sindaco di Rimini si sono detti notevolmente preoccupati per notizie che "configurano un quadro di infiltrazione malavitosa in diversi settori del tessuto economico-imprenditoriale" locale. Ma il problema non è nuovo, come documentano alcuni dati 'storici'".
Tra fine maggio ed inizio giugno un'altra mia lettera non era stata pubblicata. Eccola integralmente: "A Riccione è stata cancellata la via Jan Palach, il martire politico del 1969, uccisosi per protestare contro i sovietici. Potresti informati sul "dove come quando e perché" ciò è accaduto?".
Non so se subirà la stessa sorte (temo purtroppo di sì) un altro testo spedito il 4 settembre, una lettera aperta alla ministra Gelmini. Dove le cose pericolose scritte, e che possono aver sconsigliato la pubblicazione, sono sostanzialmente due: 1. Se dovessimo stilare una graduatoria della pericolosità sociale, gli avvocati rischierebbero di finire in testa a tutti, anche a quelli che difendono; 2. "la famiglia politica, o quella sindacale o quella ecclesiastica o quella massonica sono i luoghi deputati alla promozione ed alla sorte delle carriere negli ospedali, nella scuola, nella magistratura". (Non si tratta di un'opinione soggettiva, ma di un dato di fatto.)
Prometto solennemente qui di non disturbare più con le mie lettere i colleghi del quotidiano locale a cui sono abbonato.
[Anno III, post n. 275 (652), © by Antonio Montanari 2008]
gruppobloggerlastampa 
Publié le 08/09/2008 à 18:09
Par antoniomontanari
Otto settembre 1943. Il giorno del suo ventesimo compleanno per Alfredo Azzalli trascorre come tutti gli altri. In guerra. Tra le guardie di frontiera. A Villa del Nevoso, sulla strada che da Fiume porta a San Pietro del Carso, Postumia e molto più avanti a Lubiana. Alle 19,42 la Radio italiana annuncia l’armistizio. Il re e la regina hanno appena lasciato Villa Savoia. Al Quirinale si è temuto un colpo di mano. L’Eiar è stata preceduta da Radio Londra. Badoglio legge un proclama: «Ogni atto di ostilità contro le forze anglo-americane deve cessare da parte delle forze italiane, in ogni luogo. Esse però reagiranno a eventuali attacchi da qualsiasi altra provenienza». Verso le quattro del pomeriggio, Alfredo Azzalli è partito in autoblindo per fare la solita scorta al generale Didio. «Noi seguivamo la sua macchina. Temevamo gli attacchi dei partigiani. Ma tutte le volte che ci siamo spostati non è successo nulla. Siamo sempre arrivati tranquilli a destinazione. Andavamo a Trieste o nei paesi vicini a Villa del Nevoso. Percorrevamo ogni volta una sessantina di chilometri.» Il piccolo corteo è preceduto da un motociclista. Nell’autoblindo sono ammassati una ventina di ragazzi. Quel pomeriggio viaggiano verso Fiume. Arrivano che sono le due di notte del nove settembre: «C’era la luna piena. Non sapevamo niente di quello che era successo la sera prima. Forse il generale conosceva la notizia. Non noi. Lui aveva a bordo una radio. Ogni tanto la nostra colonna si fermava. Forse in quei momenti si metteva in contatto con altre postazioni. A Fiume ci siamo resi conto che doveva essere successo qualcosa di grosso. La gente era in giro per le strade, ed esultava. I civili prendevano le armi ai militari: sparavano per aria, le pallottole fischiavano sopra le nostre teste. Nei fossi c’erano i cannoni italiani abbandonati dai nostri in fuga. Tutti cercavano di scappare e rientrare in Italia. Una baraonda indescrivibile». Verso le otto del mattino, il generale raduna quella ventina di soldati, e gli parla: «Da questo momento, io non sono più il vostro comandante. Fate quello che volete. Se riuscite ad andare a casa, potete farlo». Commenta Alfredo Azzalli: «Il generale doveva avere anche lui i suoi pensieri. Lo faceva capire il tono con cui ci mise in libertà». Andare a casa, ma come? «Bisognava gettare la divisa. I civili di Fiume ci offrivano vestiti borghesi che a noi servivano per non essere riconosciuti dai tedeschi, e per non essere catturati. I civili avevano bisogno delle nostre armi. Le passavano anche ai partigiani.» Non era facile pensare al cambio fra un fucile «modello 91», quello della Grande guerra, e quattro stracci con cui nascondere il proprio stato di combattente italiano. Non per nostalgia militarista od orgoglio. «La nostra paura era che, una volta consegnate le armi, i civili ci ammazzassero tutti. Per fortuna non fu così. Ci hanno trattato con i guanti. Non ci hanno fatto alcun male. Sono stato invitato ad entrare in una casa. Mi hanno dato da mangiare anche un pezzo di formaggio, e mi hanno regalato degli indumenti civili in cambio della divisa.» Ora che è in borghese, la guardia di frontiera Azzalli Alfredo ripensa ai suoi otto mesi di vita da soldato: arruolato il 5 gennaio 1943, partito dal distretto di Ferrara, destinato per addestramento alla caserma «Principe di Piemonte» a San Pietro del Carso. Qui trascorre due mesi. «Le divise ce le diedero soltanto diciassette giorni dopo l’arrivo. Avevamo vestiti civili leggeri, non adatti a quel clima rigido. Dormivamo in coppia nella stessa branda per utilizzare due coperte che però non bastavano a proteggerci dal freddo. Incontrai un compaesano che conoscevo bene, Bruno Musacchi. Era di servizio sedentario da tre anni come attendente del capitano medico, nella stessa caserma di San Pietro del Carso. Venne nelle camerate a vedere se c’erano ragazzi delle nostre parti. Ci siamo abbracciati. Mi sono messo a piangere come un bambino.» Da Argenta i genitori di Alfredo arrivano a trovare il loro figlio a San Pietro del Carso. Dentro il pacco di viveri che gli consegnano, ci sono anche i cappelletti. Hanno progettato di fermarsi nell’albergo del paese, ma Bruno Musacchi li consiglia, per motivi di sicurezza, di non pernottare e di tornare a casa. Il primo trasferimento di Alfredo è a circa un chilometro, in un accampamento di baracche di legno. Vi resta per tutto marzo ed aprile. «Si vedevano soltanto persone che entravano nel bosco a tagliare la legna: ne uscivano con carri pieni di tronchi. Non parlavamo con nessuno. C’erano paura e diffidenza. Bruno Musacchi, di nascosto, ogni giorno mi portava una gavetta di maccheroni.»
Dal volume Stellette addio. L’8 Settembre 1943 del soldato Alfredo Azzalli di Antonio Montanari, leggibile integralmente qui. Alfredo Azzalli, mio suocero, è uno di quei tanti giovani che rifiutarono di obbedire a Salò. Oggi ha compiuto 85 anni.
Fonte web: www.webalice.it/antoniomontanari1
[Anno III, post n. 274 (651), © by Antonio Montanari 2008]
gruppobloggerlastampa
Publié le 07/09/2008 à 16:56
Par antoniomontanari
Sarah Palin, la candidata alla vice-presidenza degli Usa scelta da John McCain, è stata sindaco di Wasila (foto "Time"), in Alaska. Un giorno chiese alla bibliotecaria pubblica, Mary Ellen Baker, di togliere dagli scaffali "certi volumi, per il loro linguaggio riprovevole, e quando la Baker si rifiutò di intervenire, il sindaco la fece esonerare dall'incarico". Così ricorda sul "Corriere della Sera" di oggi lo scrittore Jay Mcinerney. Il quale cita il "Washington Post" per un altro episodio: come governatrice dell'Alaska, Sarah Palin "ha negato fondi a un alloggio protetto per ragazze madri".
Da brava "cristiana fondamentalista" Sarah Palin otterrà un buon successo tra la destra italiana. Dove le signore con pruriti razzistici e nostalgie reazionarie sono una bella folla pronta a tutto. Con una non indifferente differenza. Sarah Palin ha corso da sola e per se stessa. Le altre, le nostre signore indigene, sono le eterne gregarie di un capo maschilista, che le ha scelte e premiate in base a meriti che nessun elettorato ha mai potuto conoscere ed approvare. Sarah Palin rischia in proprio, le nostre signore per conto terzi, il che equivale ad aver stipulato un'assicurazione sulla carriera con il nostro sistema elettoral-politico.
Oggi il papa da Cagliari ha detto che la politica "necessita di una nuova generazione di laici cristiani impegnati, capaci di cercare con competenza e rigore morale soluzioni di sviluppo sostenibile". La frase si può leggere in tanti modi. Compreso questo: quelli attualmente sulla scena non valgono nulla?
La storia di Sarah Palin, si può leggere nel "Time", citato stamani dal blog "Cattiva Maestra". E nel foglio locale di Rasila, Frontiersman. Dove c'è un album di Sarah Palin. [Anno III, post n. 272 (649), © by Antonio Montanari 2008]
gruppobloggerlastampa
Publié le 06/09/2008 à 18:33
Par antoniomontanari
Il testo ufficiale integrale delle direttive ministeriali circa le impronte, citato qui ieri in breve da un articolo di giornale, si può scaricare dal sito www.statewatch.org. Esso è del 17 luglio 2008. E richiama tre ordinanze del 30 maggio 2008. La sua lettura è molto istruttiva. Si dichiarano le intenzioni che hanno presieduto alle ordinanze: evitare il degrado, secondo i richiami internazionali ed europei; ed il ripetersi di fenomeni di razzismo. Si precisa: "Sarà cura dei Commissari procedere in modo da escludere effetti che possono essere considerati direttamente o indirettamente discriminatori". Ecco, questo è il punto dolente. Quando si affida alla cura dei singoli l'esecuzione di una norma, allora ci si può aspettare di tutto, come è accaduto all'assalto al treno Napoli-Roma. Che si doveva instradare su un binario morto, altro che far giungere nella capitale.
[Anno III, post n. 271 (648), © by Antonio Montanari 2008]
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