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Publié le 25/10/2007 à 19:11
Par antoniomontanari

Prodiblogstampa251007 Prima o poi per Romano Prodi scatta il divieto di sosta a palazzo Chigi. Difficile rincorrere la cronaca. Ascolti la notizia di una sconfitta della maggioranza, e dopo due forchettate di spaghetti sei già a quattro.
Stamani Guido Anselmi sulla «Stampa» faceva un impietoso quadro della situazione: «L’impopolarità senza precedenti di Prodi è la personificazione di questo problema politico che ingloba e avviluppa Palazzo Chigi, sommando la delusione e la sfiducia dell’elettorato di centro-sinistra, un elemento sociale e psicologico che sarà difficile recuperare, e la rabbia di gran parte dell’elettorato di destra».

Forse l'impopolarità di Prodi ha una componente che dovrà essere studiata. Quanto peso ha in essa la nascita del Pd? Veltroni non c’entra. Lui è li che aspetta il cambio della guardia, come i corazzieri al Quirinale. Prima o poi gli tocca. Il problema Pd è palpabile non nelle analisi degli specialisti, ma nei discorsi della gente. Chi la sa lunga della politica vissuta sulla propria pelle per decenni, dice: embé, ma questo è un partito di sinistra?

La delusione e la sfiducia di cui parla giustamente Anselmi non possono essere mascherati dal brillante risultato dei tre milioni di elettori per il Pd. Ma chi sono gli eletti? Beh, ne conosco alcuni di faccia e di profilo. Non so che ci stiano a fare con un partito di sinistra. Per ora il giochetto funziona. Tutti allegri, brindisi e complimenti, poi verranno le rogne, se si vorrà fare una politica pulita. Se si continueranno i pateracchi, come non detto, chiedo scusa.

Stamattina Michele Serra chiudeva la sua rubrica su «Repubblica» con una domanda interessante: «Perché non proviamo ad affiancare all’estenuante dibattito su come è ridotta la sinistra, anche un piccolo dibattito a latere su come è conciata la destra, poveretta?». Giusto.

Ma la destra «poveretta» sta bene così, con un padrone come il re di Arcore che batte le mani e tutti gli obbediscono. Se non  ci fosse Silvius primo, gli altri che farebbero? Certa destra «poveretta» contratta in periferia quello che odia a Roma, come una volta il Pci faceva con la Dc.

Intanto il Vaticano insiste contro «Repubblica». Scrive oggi Ezio Mauro: «"Finiamola". Con questo invito che ricorda un ordine il Cardinal Segretario di Stato della Santa Sede, Tarcisio Bertone ha preso ieri pubblicamente posizione contro l'inchiesta di Repubblica sul costo della Chiesa per i contribuenti italiani, firmata da Curzio Maltese». E poi: «Finiamola? E perché? Chi lo decide? In nome di quale potestà? Forse la Santa Sede ritiene di poter bloccare il libero lavoro di un giornale a suo piacimento?».
Sono solidale con Mauro, sottoscrivendo le parole di Barbara Spinelli (sulla «Stampa» di ieri): occorre sempre «una laica separazione tra fede e politica, … una netta separazione fra cultura e politica, magistratura e politica, economia e politica».

Publié le 24/10/2007 à 18:39
Par antoniomontanari

241007stampablog Madamini, il catalogo è questo...

La lunga lista delle lamentazioni politiche che sorgerebbe spontanea, forse ormai non serve più a nulla.
Si chiedeva stamani Jacopo Iacoboni nel suo blog: «Che si fa se Prodi cade. Votare subito? Riformare la legge elettorale? Far decantare tutto, addirittura per un periodo indefinito?»
La risposta, questo pomeriggio, di Berlusconi («Non dialogo con questa sinistra») a Napolitano («Serve intesa per le riforme»), toglie significato e valore alle tre ipotesi?

Il capo dell'opposizione vuole il voto, ovviamente con questa legge elettorale. Oggi ha ripetuto un'opinione già espressa. Chi deve tagliare la testa al toro, è adesso l'altra fetta dell'opposizione. Al voto con la legge attuale, si aspetta il referendum o si fa una nuova legge?

Siamo in un vicolo cieco. Può aspettare il Paese la consumazione del malato, sostenuto sinora da quel brodino di cui parlava Bertinotti?
La crisi generale nei rapporti parlamentari fra governo ed opposizione è un fatto inedito. Almeno in apparenza.
Chi ci garantisce che sotto sotto non si stia trattando un bel pateracchio al centro, con un celebrante d'eccezione, magari Giulio Andreotti. Astuzia internazionale (asse Roma-Vaticano), o provincialismo politico?

Può servire a qualcosa la lezione polacca?
Ne discute Barbara Spinelli nel fondo di oggi, dove scrive: «La Polonia del ressentiment apparsa negli ultimi anni ha somiglianze impressionanti con l’Italia che Berlusconi ha cambiato, plasmato. Anche da noi ci sono forze di destra che speculano sul ressentiment e costruiscono sul rancore, il vittimismo, l’invenzione della realtà. Anche queste forze hanno potere sui mezzi di comunicazione, usano l’anticomunismo come arma per tacitare ogni critica, sono sospettose verso le separazioni molteplici che la laicità insegna. Anche in Italia l’integralismo cattolico ha accresciuto il proprio peso, profittando della politica divenuta campo di battaglia fra amici e nemici mortali».

Invece Miriam Mafai ricorda su «Repubblica» di oggi come l'appello pontificio contro il lavoro precario sia stato spiegato dal presidente della Cei mons. Bagnasco in un modo del tutto particolare: si chiede lavoro stabile per creare famiglie fondate sul matrimonio eccetera.
Potremmo a questo punto proporre al parlamento di ammettere il lavoro precario soltanto per scapoli e conviventi? Ritorna a galla la questione della laicità dello Stato («Libera Chiesa in debole Stato»), di cui ha trattato ieri Michele Ainis. Quanto è compresa ed apprezzata la questione in campo "democristiano" oggi? Si dovrebbero ricordare gli esempi luminosi di De Gasperi ed Andreatta. La loro lezione non è soltanto una pagina da libro di storia.

Publié le 23/10/2007 à 17:36
Par antoniomontanari

Blog2310 Ieri sera sono andato a letto con un interrogativo inquietante: ma quanti voti ha ricevuto il ministro Clemente Mastella, alle elezioni politiche del 2006?
Per tranquillizzarmi mi sono ripromesso di fare una ricerca nel sito del Ministero degli Interni.
Ma stamani non ne ho avuto bisogno. A risollevarmi ci ha pensato l'articolo di Lucia Annunziata sulla «Stampa» odierna, grazie al quale ho potuto chiarire tutti i miei dubbi e rendere meno angosciata la giornata: «Cifre alla mano, il tesoretto elettorale mastelliano è dell’1,4 per cento, tradotto in 534.553 voti alla Camera e 476.938 al Senato. Per capirne il peso è forse utile dire che 500 mila sono i consensi raccoltisi intorno alla Bindi (candidata senza partito nelle primarie) e tre milioni e mezzo hanno di recente votato per il Partito democratico».
Dunque se noi fossimo un Paese normale il signor ministro sarebbe un po' mesto come la signora Antonella Clerici che dicono in affanno per calo di ascolti. Invece, non essendo appunto quel Paese normale che sarebbe auspicabile, allora «il tesoretto elettorale mastelliano dell’1,4 per cento» diventa l'ago della bilancia di tutto il sistema politico italiano.
Meglio pensare ai successi, sul tappeto rosso del festival romano, delle attrici italiane Carolina Crescentini e Margherita Buy.
Se fossimo un Paese normale, forse non ci sarebbe bisogno neppure di discutere di «Libera Chiesa in debole Stato», come fa oggi Michele Ainis in un breve saggio, le cui conclusioni dovrebbero tornare utili alla stessa Chiesa romana: «in molti casi gli interventi della Santa Sede vengono sollecitati proprio da chi ci rappresenta». Ne ha interesse il Vaticano?
Una curiosità dalla periferia. Il presidente della mia Provincia per risolvere il problema della siccità ha invitato il vescovo a celebrare un rito nel Tempio malatestiano davanti all'antica statua della Madonna dell'acqua. Il rito si è tenuto, il presidente è intervenuto.
A noi hanno sempre insegnato di scherzare coi fanti e di lasciar stare i santi. Altri tempi, probabilmente.

Publié le 21/10/2007 à 18:49
Par antoniomontanari
Gentiloni01g Dopo aver postato il testo di ieri, ho aggiunto un'ultim'ora linkando le dichiarazioni del ministro delle Comunicazioni, Paolo Gentiloni, riportate nel suo blog.

Oggi ritorno sul luogo del delitto, semplicemente per una breve aggiunta. Ed una domanda.
Un passo del testo dell'on. ministro conferma quanto avevo scritto qui ieri. Cioè che la norma che si vuole introdurre per le testate giornalistiche (art. 7 del disegno di legge 3 agosto 2007), esiste già (art. 1, legge n. 62/2001). Scrive Gentiloni: "Pensavo che la nuova legge sull'editoria confermasse semplicemente le norme esistenti, che da sei anni prevedono sì una registrazione ma soltanto per un ristretto numero di testate giornalistiche on line, caratterizzate da periodicità, per avere accesso ai contributi della legge sull'editoria".
La domanda (retorica). Non mi meraviglio della 'disattenzione' del ministro Gentiloni. Può succedere a tutti. Ma mi stupisce il comportamento degli esperti che hanno elaborato il testo del ddl governativo. I quali dovevano conoscere le disposizioni in materia. Non credo che sia ammessa per loro alcuna indulgenza teorica. In pratica, tiriamo a campare. Domani è un altro giorno, e si vedrà.

Post precedente sull'argomento:

Ilprimoblogger Infuria (giustamente) la polemica sul «Registro degli operatori della comunicazione» (ROC), a cui dovrebbero iscriversi quanti (art. 7 del disegno di legge 3 agosto 2007) «svolgono attività editoriale su internet (...) anche ai fini dell’applicazione delle norme sulla responsabilità connessa ai reati a mezzo stampa».
Ma è una norma inutile. La diffamazione è già punita, dal secondo comma dell'art. 595 CP, dove si parla chiaramente del «mezzo della stampa» o di «qualsiasi altro mezzo di pubblicità».
La questione sventolata dal ddl governativo potrebbe nascondere un altro scopo, controllare i blogger: ma ciò è già possibile da parte della Polizia postale (ed in caso di reato dalla Magistratura).
Resta in piedi soltanto l'ipotesi più triste: un nuovo balzello. Sono molti di più i blogger degli evasori fiscali?
Nei miei blog nel 2001 avevo inserito un avviso, conseguente alla pubblicazione di una legge dello stesso anno: «Questo è un sito amatoriale, non un prodotto editoriale». La legge è del 7.3.2001, n. 62, "Nuove norme sull'editoria e sui prodotti editoriali e modifiche alla legge 5 agosto 1981, n. 416", pubblicata nella Gazzetta Ufficiale n. 67 del 21 marzo 2001.
L'art. 1 di tale legge definisce così il prodotto editoriale: "Per «prodotto editoriale», ai fini della presente legge, si intende il prodotto realizzato su supporto cartaceo, ivi compreso il libro, o su supporto informatico, destinato alla pubblicazione o, comunque, alla diffusione di informazioni presso il pubblico con ogni mezzo, anche elettronico, o attraverso la radiodiffusione sonora o televisiva, con esclusione dei prodotti discografici o cinematografici".
Non riuscì nel 2001 il colpo di equiparare un blog ad una testata giornalistica. Non è logico che s'introduca ora questa norma ipotizzata nel ddl 3 agosto 2007.

Per leggere il ddl 3 agosto 2007.
Per leggere la legge 7.3.2001, n. 62.
Per andare all'articolo relativo di Anna Masera.

Publié le 21/10/2007 à 18:42
Par antoniomontanari

Demagistris Il titolo dell'editoriale di Andrea Romano, sulla «Stampa» di stamane, «La politica col cappuccio», mi ha suggestionato.
Quando l'ho letto ho immaginato che il «cappuccio» di cui si parlava fosse quello solito di certi gruppi che lo usano in altrettanto certi rituali.
Poi l'attacco dell'articolo sul «veltroniano mascherato» mi ha fatto ricredere, e mi sono detto: hai sbagliato tutto.
Successivamente, la frase: «La politica con il cappuccio è quella di Silvio Berlusconi», mi ha provocato un sussulto e riandare col pensiero a certe tessere di logge coperte (ovvero P2).
Dunque, titolo suggestivo, ma fuorviante la mia interpretazione, ammetto la colpa. Però ho un'attenuante.
Avevo appena letto un'intervista su «Repubblica» al pm Luigi De Magistris. Dove si trovano queste parole chiare: «Faccio le corna, ma dopo che mi hanno tolto le inchieste resta solo l'eliminaziione fisica».
Ma se davvero dietro la vicenda di Catanzaro, ci fosse «La politica col cappuccio»?
Grazie al cielo, capisco poco o nulla di queste cose, e le mie domanda restano senza risposta.

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