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Publié le 23/11/2007 à 19:29
Par antoniomontanari
Il post di ieri «Certe nonne» è oggi segnalato in home da Stampa.it. A questo post si aggancia il nuovo di oggi: «Certe disperazioni». Per puro caso nel post di ieri, «Certe nonne», ho tirato in ballo la virtù della speranza. È di oggi l'annuncio che il 30 novembre sarà pubblicata la seconda enciclica di Benedetto XVI, intitolata «Salvi grazie alla speranza». Coincidenza fortunata, tra il post e la notizia. Il tema della speranza ha però un risvolto tutto umano che non dipende dai teologi soltanto o da un messaggio papale. La speranza deve esser anche controparte della vita sociale di ogni giorno. Ovvero il frutto di una situazione nella quale ogni cittadino possa avere fiducia non soltanto in se stesso, ma anche nelle forze economiche e politiche con le quali viene a contatto nella sua esperienza giornaliera, direi quasi di momento in momento. È molto facile promettere una salvezza ultraterrena, quando tutto può contribuire a rendere infernale il tempo presente. Una notizia proveniente da Pesaro dà la dimensione delle tragedie in cui la speranza non ha più posto, e lo cede alla disperazione. Forse covata lungamente nel silenzio di un colloquio con la propria coscienza. La morte di una figlia (22 anni) gravemente malata, per mano di madre (50 anni), non è un gesto folle. La gente, i vicini hanno detto ai tg che la madre sembrava tranquilla. La maschera che il dolore impone nella vita, a volte crolla all'improvviso, non lascia tempo a niente, arma una mano di un amore che distrugge la propria creatura, con la solenne, tremenda, intima convinzione che sia un gesto grande come lo era stato il mettere al mondo quella stessa creatura. Ogni volta che questi drammi arrivano alla cronaca, bisognerebbe chiedersi: ma che cosa è stato fatto dalle Istituzioni, dalla Società, dallo Stato, dalla Politica per aiutare quelle madri, sollevare con un mano non caritatevole (nel senso che dipende da una scelta individuale e casuale d'aiuto), ma con un gesto soccorrevole, come costante e continua presenza vicino a chi soffre assistendo un malato, e soffrendo ben più del malato stesso. Signori della Politica, anche questa è la vita: nel dolore e nell'angoscia di una madre che dopo 18 anni di malattia della figlia, l'ha liberata dalla sofferenza e poi ha rivolto il coltello contro di sé. Segnalo questo testo: «Tragedia di Pesaro, il grido dei genitori: ''Siamo stanchi, usurati, soli''». Foto Ansa Fonte anti_bug_fck
Publié le 22/11/2007 à 19:21
Par antoniomontanari
Edmondo Berselli nel suo ultimo libro, «Adulti con riserva», fa una gustosa ricostruzione autobiografica ed un brillante affresco dell’Italia nei primi anni Sessanta. Ci sono due passi che desidero riprendere, ricollegandomi al post di ieri, «Stato e Chiesa». Eletto papa Montini, la nonna materna di Berselli, «vecchia socialista timorata di Dio, andò apposta a confessarsi dal parroco in persona per confidare che la addolorava molto, il signor parroco non aveva idea di quanto le dispiacesse, ma questo papa non le piaceva proprio, e non sapeva che farci» (pag. 52). Poche righe dopo, nella pagina successiva, Berselli parla in prima persona di un mese mariano e di un frate predicatore che dal pulpito tuonava contro le tentazioni moderne offerte ai giovani. Gote accese ed occhi infiammati il frate si lancia «in un’intemerata contro i peccatori moderni, i nuovi eretici», individuando la causa di tanto scandalo nella «fotografia di quello sgorbio ermafrodito e rosso… Rita Pavone!» posta al luogo dell’immagine della Vergine nelle camerette dei ragazzi, sopra i loro letti. Ecco. Davanti ad episodi come questi, possiamo immaginarci le reazioni dei teologi ufficiali, cioè quei tipi che «giudicano e mandano» all’Inferno un po’ come Giuliano Ferrara dai suoi pulpiti cartacei e televisivi. Una severa punizione corporale alla nonna timorata di Dio ma socialista, alla quale non piaceva Paolo VI succeduto a quel buontempone di papa Roncalli. Il rogo per le foto scandalose della cantante tentatrice e corruttrice, secondo il frate predicatore. Berselli scherza. Ma non troppo. Lo dimostra la perfetta ricostruzione storica che sulla «Stampa» di stamane fa Barbara Spinelli, nella seconda puntata della sua inchiesta sulla «Chiesa in Italia, oggi». Non mi permetto di riassumere, cito un passo, a proposito del pontefice attuale: «Tanta inflessibilità non nasce tuttavia solo da sicurezza, come tutte le inflessibilità. È una forza che impressiona e trascina ma scaturisce da un pessimismo che in Benedetto XVI è profondo, e sul quale più volte viene richiamata la mia attenzione. I miei interlocutori mi parlano di vere angosce (alcuni usano la parola ossessioni) che non riguardano solo l'Italia». Una postilla, che non vuole essere irriguardosa ed è senza alcuna pretesa da parte mia, magari intendetela soltanto quale riempitivo per arrivare alla conclusione… Se le «angosce» fanno parte integrante della metafisica, le ossessioni sono un altro paio di maniche. Il teologo può essere angosciato? Ma direi proprio di no, sennò la speranza che virtù teologale è? Tanto meno può essere ossessionato, perché si finisce con l’accennare ad una patologia che contraddice il presupposto metafisico della teologia stessa (vedi la speranza di cui sopra). Ed allora? Se la preoccupazione ‘romana’ è molto terra-terra («La Chiesa e le tentazioni del dopo-Dc», riassume il titolo dell’inchiesta di oggi), cioè riguarda come fare a raggiungere certi scopi che era più facile conseguire con lo Scudo crociato, non vedo motivi di preoccupazione alcuna. Tra baciapile d’antico e nuovo stampo, teo-con in cui la fede è soltanto un trucco ridicolo per prender voti, con una opposizione che non c’è, con un giro di giochi di prestigio (e non nel senso morale di prestigio...) in cui nessuno sa più chi è, Roma non ha nulla da temere. Hanno sfottuto Prodi perché si era definito «cattolico adulto». Oggi Spinelli spiega che «la parola era stata usata già nel '65, ai tempi del Concilio Vaticano II». A molti degli atei devoti e dei sepolcri imbiancati che pretendono di dettare le leggi in nome del Vaticano, bisognerebbe dire che è meglio essere cattolici adulti che adulteri, dato che essi (gli adulteri) vogliono imporre agli altri una morale che poi loro stessi non rispettano.
Publié le 21/11/2007 à 18:31
Par antoniomontanari
Sulla Stampa di oggi è ospitata un'interessante lettera di un lettore, Gianfranco Dugo di Treviso, il quale parla delle «contraddizioni dei teologi cattolici». E segnala come i teologi del Vaticano siano impegnatissimi a dimostrare che l'embrione non vada manipolato. Il punto centrale della lettera ricorda come altri teologi vaticani non si fossero opposti 70 anni fa alle guerre coloniali fasciste, e avessero ritenute giuste le aggressioni a Paesi inermi. Poi, dopo alcune righe, Gianfranco Dugo scrive: «Oggi nessun teologo approverebbe in nome di Cristo quella che venne chiamata la Santa Inquisizione e la schiavitù».
Concordo. La conclusione di Gianfranco Dugo è in questa domanda: «Se la teologia è così contraddittoria perché darle tanta importanza?». Nella domanda si trova la risposta, ovviamente. La teologia si giustifica da sola, non abbisogna di pareri altrui, e da sola si attribuisce un'importanza che essa impone meno brutalmente di un tempo, ma non sempre con quello spirito chiamato di carità cristiana. Occorre per questo considerare attentamente il corso della teologia per evitare che essa possa scardinare subdolamente i fondamenti dello Stato laico.
Oggi Corrado Augias ha ospitato in una trasmissione dedicata al tema «I rapporti tra Stato e Chiesa» la biologa Carla Castellacci (foto) e lo storico Francesco Traniello. Si è parlato di scienza, di diritto e in fin dei conti anche di teologia. Potete vedere il filmato sul sito Rai. Non sto quindi a riassumere. Dico soltanto che la questione dell'accanimento terapeutico e della libera scelta di ognuno, non può essere trasformata da teologi faciloni in atto favorevole all'eutanasia.
Circa l'aggettivo faciloni, applicato ai teologi di oggi, preciso che anche in passato, nelle sentenze dell'indice dei libri proibiti od in quelle di condanna al rogo, non è che i teologi non lo siano stati altrettanto. A loro interessava purtroppo soltanto sostenere il potere politico (di un papa o di un re, non fa differenza). I teologi sono sempre stati funzionali a quel potere. La terra girava intorno al sole, ma loro volevano fermarla. Per questo un papa del XX secolo ha chiesto scusa degli errori commessi in passato dalla Chiesa.
Publié le 18/11/2007 à 18:06
Par antoniomontanari
Caro Antonio Rosmini,adesso che siete stato proclamato beato, non possiamo più ricorrere a voi come esempio di contestatore e di teorico di quella «Chiesa dei poveri» che ha avuto un momento di gloria qualche decennio fa, senza che mai fosse fatto il vostro nome nelle pubbliche piazze. Vi hanno inserito nel «sistema» (altra parola d’annata, se non pure dannata). Vi hanno messo tra gli insindacabili, voi che siete stato a modo vostro e per i tempi vostri un eccelso bastian contrario, sino al punto di meritare ben due condanne ufficiali da parte di Roma. Aveva destato scandalo il vostro libro intitolato «Le cinque piaghe della Chiesa». Uno slogan per i posteri, quando telegraficamente (come si diceva una volta) si voleva riassumere una situazione che non piaceva o (altra espressione antica) «gridava vendetta al cospetto di Dio». Adesso che «Le cinque piaghe della Chiesa» escono in edicola assieme al settimanale cattolico per antonomasia, come se si trattasse di un libro ultraortodosso alla Vittorio Messori, addio contestazione, addio ricordi di polemiche. Quel «lo diceva Rosmini» che suonava elogio dell’eresia pura, adesso corre il rischio di diventare uno spunto per le dotte conversazioni di Giuliano Ferrara. Prima o poi, vedrete, anche voi sarete arruolato fra i suoi autori preferiti, per quel gusto che lo scrittore del «Foglio» ha nell’apparire paradossale e nello stesso tempo convincersi di avere sempre ragione. Vi troverete in buona compagnia: vi faranno oggetto di dibattiti televisivi, e voglio vedere come se la caveranno le soubrette che discettano di tutto e di tutti. Forse sarà necessario spiegar loro che non è il caso di scomodare la loro intelligenza per arrivare sino a voi. A loro non dovremmo raccontare che, dagli atti ecclesiastici della causa di beatificazione, risulta una frase vostra detta alla cognata, di ritorno da un pranzo: «Sono avvelenato». Non bisognerà dirlo neppure a Bruno Vespa, altrimenti correremo il rischio di avere tante puntate della sua trasmissione dal titolo: «Chi uccise Antonio Rosmini?». Dopo Cogne, Garlasco, Perugia, ci mancava pure il vostro pranzo in casa dei nobili Bossi-Fedrigotti, finito con un’acidità di stomaco che voi consideraste un attentato alla vostra vita. Lo sappiamo. Ci sono ancora in giro testimoni della vostra epoca, pronti a dire a Bruno Vespa, che si trattò soltanto di un errore involontario del cuoco. Vi risparmiamo le spiegazioni. Voi di lassù le conoscete già. Aiutateci a non farle conoscere anche a noi. Fonte
Publié le 16/11/2007 à 18:32
Par antoniomontanari
Atto primo. Giancarlo Fini volta pagina nei rapporti con Berlusconi. Glielo manda a dire con una lettera aperta al direttore del Corriere della Sera di stamani.
AN vuole cambiare strategia ed in fretta. In altre parole, basta con tutte quelle storielle di re Silvio che promette ogni ora di fare cadere il governo Prodi, e poi alla fine non ci riesce mai.Atto secondo. Il Cavaliere risponde a Fini: «Sono l'unico a combattere contro questa maggioranza».Sembra di ascoltare il giovane Leopardi che nella canzone «All’Italia» si guardava allo specchio e, probabilmente sul cavallo a dondolo e con in mano una spada di cartone, prorompeva nel grido fatale: «Nessun pugna per te? non ti difende / Nessun de' tuoi? L'armi, qua l'armi: io solo / Combatterò, procomberò sol io. / Dammi, o ciel, che sia foco / Agl'italici petti il sangue mio».
C’è una piccola differenza. Il Cavaliere ha 71 anni e per dire queste cose si mette davanti alle luci delle telecamere, non agli specchi in una stanza buia. Di uguale, c’è la destinataria delle sue parole. Come per Giacomo, anche per Silvio è l’Italia. Allora (1818) un sogno da realizzare. Ora un progetto a cui nessuno crede più, tra gli alleati di Berlusconi.
A proposito di grida fatali con annessi gesti eroici. Al post della spada di cartone, il senatore di Forza Italia Maurizio Sacconi è arrivato a togliersi una scarpa per sbatterla con forza, ripetutamente, sul suo scranno. Merita la memoria presso i posteri, con un fumetto che documenti il tutto: «Dammi, o ciel, che sia foco / Agl'italici petti il sangue mio».
Il governo è sfatto, ma re Silvius I non lo sfratta. Gli amici se ne vanno, che inutile serata. La musica prodiana non è ancora finita. Questo è il tormento del Cavaliere, ed il grimaldello con cui lentamente e pacatamente, alla Veltroni-Crozza, lo hanno deposto dal trono quegli alleati d'un tempo. Lui continua ad illudersi, il leader sono e sarò io. Parole, parole, parole.
E pensare che ad Arcore credevano che fosse bastato, per far star tranquillo Fini, prenderlo per i fondelli sul suo nuovo amore. Adesso hanno fatto retromarcia. Hanno tirato le orecchie a «Striscia la notizia». Con un comunicato che resterà nella storia della tv: «La presidenza di Mediaset esprime una netta presa di distanza dagli eccessi giornalistici e satirici, anche in programmi Mediaset, che hanno colpito negli ultimi giorni la vita privata di Gianfranco Fini». Per poi respingere (giustamente) «nel modo più assoluto il sospetto di un disegno politico-editoriale orchestrato dal gruppo Fininvest ai danni del presidente di An. Avanzare sui giornali ipotesi del genere significa fare un torto all’autonomia di Silvio Berlusconi e da Silvio Berlusconi».
V’immaginate Berlusconi che ordina di colpire al cuore Fini per la sua storia d’amore? Suvvia, sono esercizi di bassa dietrologia. Per ora. In futuro non si sa. Le donne prima o poi raccontano. Oggi si è confessata Sandra Milo: «Con Bettino l'amore aveva più gusto». Due domande alla signora: lo aveva confessato a Bruno Vespa? Adesso come cambierà la storiografia sul socialismo italiano? Il sospetto è che la signora Milo abbia voluto soltanto mettere giustamente in luce i propri pregi e sottolineare i difetti delle colleghe in arte contemporanee: «Vogliamo mettere il livello delle amanti di allora?».
Purtroppo scienza e storia di oggi non possono beneficiare del conforto «delle amanti di allora». Com’è triste la vita.
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