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Publié le 26/12/2007 à 11:00
Par antoniomontanari

Stampa26122007 Romano Prodi ha ragione. Non si può concepire la politica come eterna rissa da cortile, con protagonisti isterici i quali soltanto amano tirare i cappelli all'avversario, offendendolo con caricature e ridicolaggini che non dicono nulla alla persone serie. Non ostante tutto ed i telegiornali pubblici o privati,  esse continuano ad esistere.
La politica è cosa per persone serie. L'avanspettacolo è bello ed utile. Ma non certamente quando si deve decidere la sorte di un Paese. Lasciamo le risse da cortile ai ricordi di quelle donne che si contendevano lo stesso uomo a colpi di ciabatte in testa alla nemica.
Adesso sono cose che non si usano più neppure in questi casi di conflitto d'interessi amorosi. Gli schiaffi hanno ceduto il posto alla compartecipazione all'utile e al dilettevole.
Il concetto di sesso oggi affermatosi in modo allargato nel più cattolico dei territori cattolici, rassomiglia vagamente allo spirito della ex Casa della libertà. Che lo stesso Berlusconi ha chiuso per colpa dei Casini ivi regnanti, intesi come cognomi.
Verrebbe la voglia di pregare Prodi di lasciare Palazzo Chigi soltanto per carità cristiana e risparmiarci le esibizioni del Cavaliere. Non ne possiamo più.
Prodiansa
Purtroppo per Berlusconi, Prodi ha vinto le lezioni, di stretta misura come il presidente degli Usa, anzi con più voti di scarto di lui.
Il presidente del Consiglio non rappresenta i suoi elettori ed i loro eletti. Guida un governo di un Paese, non la giostra di una periferia urbana o di una spiaggia. Berlusconi lo dovrebbe sapere, essendo circondato da fior fior di intellettuali, giuristi ed esperti di tutto lo scibile umano, come l'ispirato Giuliano Ferrara che amo e stimo moltissimo (guai se lo sapesse: mi fulminerebbe con uno di quegli sguardi da istrione che spesso ci offre). Ferrara tra un editoriale sul «Foglio» della signora Veronica Lario in Berlusconi, ed una trasmissione sulla «Sette», immagino trovi tempo per esercizi spirituali atti a rafforzare la sua modestia e la sua dialettica antiprodiana.

È inutile ogni giorno andare in fregola con la storia che Prodi se ne deva andare. Quindi ha ben fatto Prodi a dire:  «L'affannosa gioia della spallata inseguita da Berlusconi non serve proprio a niente, non serve a lui perché poi non riesce a darla, né serve all’Italia». Anzi, «fa molto male alla democrazia italiana».
Non mi piace applaudire chi comanda. Ma sarà colpa delle feste o delle parole di Prodi, approvo anche un altro passaggio della sua dichiarazione natalizia: «Prima delle elezioni io sono stato sottoposto ad uno spionaggio sistematico, durissimo, illegale, ma ho sempre detto: lasciamo fare alla Magistratura. E io credo che un uomo politico debba fare queste cose».

A Prodi, se posso permettermi, suggerisco di andare cauto con certi amici che lo circondano nel novello Pd.
Al treno veltroniano si sono accodati personaggi che non hanno la minima idea della differenza fra destra e sinistra, anzi hanno fatto pubblica professione di imparzialità fra le due parti. Che è come dire che votare Prodi o Berlusconi è la stessa cosa.
Ecco, caro presidente, la spallata se verrà, giungerà da questi ambigui personaggi che fanno i giocolieri, fingendo di guardare al bene comune, ma in sostanza pensando soltanto a guadagnarsi la pagnotta con la politica perché altrove non hanno raggiunto alcun obiettivo grazie alle capacità personali ma soltanto in virtù di sacrosante protezioni.
Insomma, alla fine potrà più la «casta» che il «casto» Silvio Berlusconi, quando si tratterrà di far cadere il governo Prodi. E succederà per mano di esponenti del partito voluto fortemente dal professore. E nel più perfetto e perfido stile che una volta si diceva democristiano.

Per rallegrarvi, guardate l'imitazione di Alberto Angela fatta da Neri Marcoré (foto in alto, a destra).

Publié le 23/12/2007 à 18:31
Par antoniomontanari
Grillobertinotti Un illustre giurista, Guido Neppi Modona, scrive oggi nel «Sole-24 Ore» un importante articolo sul problema delle intercettazioni telefoniche che sta riscaldando il clima politico italiano.

Il punto centrale del suo breve saggio è in questo passo: «a essere censurato e condannato non è stato il comportamento penalmente illecito o politicamente scorretto e squalificato» di chi aveva detto certe cose al telefono.

Bensì si è spostata l'attenzione «sull'imprescindibile esigenza di impedire per il futuro che notizie di quel tipo potessero divenire di dominio pubblico». Neppi Modona parla esplicitamente delle «serie preoccupazioni» suscitate dagli atteggiamenti del ceto politico che mirerebbe alla sua tutela in sede giudiziaria per garantirsi una specie di salvacondotto (mi scuso del riassunto troppo sintetico per argomentazioni molto articolate, ma la morale della favola è questa).

Per fortuna, aggiunge il professore, la Corte costituzionale ha di recente stabilito che «anche in caso di diniego dell'autorizzazione», le intercettazioni «potranno essere utilizzate processualmente nei confronti di terzi»...

Le cronache odierne a proposito del problema delle intercettazioni, sono piene delle parole di Grillo contro Bertinotti (accusato di essersi «preoccupato per la privacy di un signore che voleva comprare un senatore. Invece di espellere questo (basso) insulto alla democrazia dalla Camera ne tutela la privacy»).
Non so se nei prossimi giorni si discuterà seriamente secondo il ragionamento di Neppi Modona. Se a dettare legge, come si suol dire, dovesse essere più un comico che un illustre giurista, allora ne trarremmo le conseguenze logiche circa le opinioni negative che girano all'estero sopra il nostro Paese.

FONTE
anti_bug_fck
Publié le 22/12/2007 à 12:26
Par antoniomontanari
22122007sarko Quando ho scritto il post su Sarkozy "canonico lateranense", non l'ho fatta lunga perché giustamente ai blog si chiede un'informazione veloce, sintetica, e facile da digerire. Anzi spesso si invoca la battuta di spirito, come quella che ho fatto sulla «canonica» compagna del presidente francese.
Ringrazio Fino che si è aggiunto al discorso con il commento sulle curve «canoniche» della signora Bruni. Infatti la bellezza ha le sue regole, i suoi canoni classici che nessuna modernità potrà cancellare perché sono (pre)stampati nel nostro cervello.
Ringrazio Emilio per gli auguri e per il suo testo. E perché così mi permette di tornare sopra il tema, magari con qualche annotazione noiosa che mi perdonerete: sotto le feste, come suol dirsi, siamo tutti più buoni.

Quando ho scritto su quel canonicato (che altri capi di Stato francesi in precedenza rifiutarono), non pensavo al tema oggi molto attuale e scottante del multiculturalismo.
Per un riflesso condizionato che genera la vecchiaia, andavo leggermente più indietro, all'inviso Voltaire che principia il suo «Trattato sulla tolleranza» con un capitolo  dedicato ad un drammatico episodio di guerra di religione. La morte di Jean Calas (v. anche qui).
Riporto le frasi iniziali del capitolo: «Le meurtre de Calas, commis dans Toulouse avec le glaive de la justice, le 9 mars 1762, est un des plus singuliers événements qui méritent l'attention de notre âge et de la postérité. On oublie bientôt cette foule de morts qui a péri dans des batailles sans nombre, non seulement parce que c'est la fatalité inévitable de la guerre, mais parce que ceux qui meurent par le sort des armes pouvaient aussi donner la mort à leurs ennemis, et n'ont point péri sans se défendre. Là où le danger et l'avantage sont égaux, l'étonnement cesse, et la pitié même s'affaiblit; mais si un père de famille innocent est livré aux mains de l'erreur, ou de la passion, ou du fanatisme; si l'accusé n'a de défense que sa vertu: si les arbitres de sa vie n'ont à risquer en l'égorgeant que de se tromper; s'ils peuvent tuer impunément par un arrêt, alors le cri public s'élève, chacun craint pour soi-même, on voit que personne n'est en sûreté de sa vie devant un tribunal érigé pour veiller sur la vie des citoyens, et toutes les voix se réunissent pour demander vengeance».

Il tema è affrontato da Voltaire in un altro scritto: «Un des grands aliments de l’intolérance, et de la haine des citoyens contre leurs compatriotes, est ce malheureux usage de perpétuer les divisions par des monuments et par des fêtes. Telle est la procession annuelle de Toulouse, dans laquelle on remercie Dieu solennellement de quatre mille meurtres: elle a été défendue par plusieurs ordonnances de nos rois, et n’a point encore été abolie. On insulte dévotement, chaque année, la religion et le trône par cette cérémonie barbare; l’insulte redouble a la fin du siècle avec la solennité. Ce sont là les jeux séculaires de Toulouse; elle demande alors une indulgence plénière au pape en faveur de la procession. Elle a besoin sans doute d’indulgence; mais on n’en mérite pas quand on éternise le fanatisme».

Fortunatamente internet mette a disposizioni tutti questi testi, ai quali la pazienza dei lettori può fare ricorso.

Ecco, è molto lunga la distanza che corre dal «Discorso sulla tolleranza» (una volta un alunno mi disse: ma come lei parla di queste cose, in ritardo compresi che aveva equivocato fra tolleranza e case di tolleranza...), per arrivare al gesto di Sarkò: è molto lunga soprattutto per una repubblica che si festeggia in un giorno ben preciso, il 14 luglio, con tutto quello che la data significa e comporta.

Ecco perché vedere il poligamo Sarkò rivendicare le radici cristiane della Francia, mi ha fatto effetto. Non si tratta di negare quelle radici che la storia è lì ad indicarci (come ha scritto giustamente Emilio). Si tratta semplicemente di un mio stupore (quindi un sentimento che può tranquillamente essere definito infondato od illogico), che però non è un fatto del tutto isolato neppure in Francia.

In questo momento sul sito de Le Monde, il sondaggio sulle dichiarazioni di Sarkò in San Giovanni in Laterano, dà quasi un 60 % di contrari ed un 33 di favorevoli.

Post scriptum. Mia moglie ha dapprima fortemente disapprovato la foto della «canonica». Poi, si è convinta che il discorso era serio. Non ditele che ho scritto qui di questa sua tirata d'orecchi...
Publié le 20/12/2007 à 18:49
Par antoniomontanari

Pirata

A proposito del tema della laicità affrontato nel mio post di ieri («Santa ipocrisia»), molto interessante mi sembra il testo apparso oggi sulla Stampa a firma di Gian Enrico Rusconi, «Democratico, ma non democristiano».

Ne riporto la conclusione:

«Il laico deve far valere il principio universalistico della cittadinanza costituzionale. Il problema della laicità in Italia oggi non riguarda soltanto la riconferma dei grandi principi del pluralismo, ma l’affermazione di una cultura che dà sostegno concreto alla cittadinanza costituzionale. Questa è la democrazia laica, nel senso che quando in essa si manifestano credenze e convinzioni incompatibili tra loro, ai fini dell’etica pubblica e delle sue espressioni normative, non decidono «verità sull’uomo», ma le procedure democratiche che minimizzano il dissenso tra i partecipanti al discorso pubblico.

«La verità» - se vogliamo usare questo concetto impegnativo - consiste nello scambio amichevole di argomenti nella lealtà reciproca. Chi accetta questo atteggiamento e ragionamento è laico. Chi non lo accetta e lancia contro di esso l’accusa di relativismo, non solo non è laico, ma usa il concetto di relativismo come una parola-killer che uccide ogni dialogo.»

Publié le 20/12/2007 à 18:48
Par antoniomontanari

Dame Seye è un ragazzo senegalese di 17 anni residente a Rimini.
Di recente è stato protagonista del salvataggio del fratellino di sei mesi intrappolato nell’abitazione in fiamme.
Comune
Dame Seye rimase gravemente ferito, con ustioni ad un terzo del corpo.
Oggi il sindaco di Rimini Alberto Ravaioli (a sx, foto Gallini/Uff. Stampa Comune), e l’assessore alle Politiche dell’integrazione, Vittorio Buldrini, lo hanno ricevuto e premiato nella residenza municipale.

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