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Publié le 19/12/2007 à 18:31
Par antoniomontanari
Mafaiwvbonino Ricevo da un collega blogger questo bel biglietto d'auguri: «Caro Antonio, nel laico dubbio che uno sia cristiano oppure no io ricorro spesso alla formula "Buone Feste di Fine Anno", che dovrebbe andar bene per tutti».
Grazie di cuore del messaggio ed anche dell'attenzione.
A me va benissimo il Natale con relativo riferimento augurale. Considero la nascita di Cristo un evento fondamentale nella storia del mondo.
Non per nulla nel presepe davanti a tutti stanno i reietti del tempo, i pastori.

Educazione e sentimenti religiosi, mi piace però onestamente tenerli separati dall'idea dell'impianto politico della società: ecco perché molto spesso scrivo invocando il nome della laicità. (È nel Vangelo che si trova la distinzione fra Dio e Cesare...)

L'ultimo spunto al proposito è dato da un articolo di Miriam Mafai su «Repubblica» di ieri e dalla risposta odierna alla Mafai di Walter Veltroni.
L'episodio è esemplare. «Prima sconfitta per il Pd» intitolava ieri il quotidiano romano il pezzo della Mafai sul fatto che nel consiglio comunale capitolino non è stato possibile arrivare a deliberare l'istituzione di un «registro» delle unioni di fatto (semplifico molto per riassumere la discussione).
Miriam Mafai parlava di «una sconfitta per chi aveva scommesso su una possibile convergenza e unità di due riformismi, uno di origine popolare, l'altro di origine socialista».

Oggi Veltroni smentisce la Mafai, sostenendo che nulla è stato compromesso perché il problema non riguarda il consiglio comunale di una città in cui in questi anni «i diritti sono stati tutelati e rafforzati». Ma tocca la politica che deve dare «risposte legislative adeguate e moderne» per realizzare «la laicità delle istituzioni repubblicane».

Sotto l'aspetto formale, Veltroni ha ragione. Ma è la questione sostanziale che va esaminata. E la questione sostanziale è quella denunciata dalla Mafai ieri, e da Scalfari di recente: le pressioni d'Oltretevere sui politici del Pd...

Pirata


Veltroni passa la palla a Prodi: è la politica che deve dare «risposte legislative adeguate e moderne».
Non può cavarsela, WV, dicendo che lui come sindaco di Roma governa una città tollerante.
Non basta. Lui è il segretario del Pd. Due ruoli, due parti sono utili se servono a sommare la forza del personaggio.
Ma se il personaggio si sdoppia, fingendo che non ci siano state le pressioni vaticane su quel «registro» (considerato indegno per la città «sacra»), allora ha ragione Miriam Mafai nel sostenere che la vicenda capitolina è stata una sconfitta per tutto il nuovo partito prodiano-veltroniano-rutelliano (e... vaticano).

Allora ha ragione il ministro Emma Bonino quando oggi denuncia «l'intromissione giornaliera, petulante delle gerarchie» cattoliche. E dichiara: «Qui è una saga di baciapile, ce ne fosse uno che ha una famiglia normale, sono pluridivorziati e va benissimo, però poi non vadano a predicare il contrario».

Uno dei cardini su cui si regge lo spirito evangelico, è quello della testimonianza. Ovvero della coerenza fra le cose credute e quelle praticate. Ma quella coerenza non esiste nei tanti predicatori che ci affliggono con le loro litanie finalizzate soltanto a raccogliere voti. Possibile che le gerarchie ecclesiastiche non vedano? Finisco qui perché non vorrei essere scambiato per un teologo, anzi peggio per un teologo del dissenso, come si diceva una volta.
Adesso è tutto consenso. Chi racconta le balle più grosse è premiato. Contenti loro... Speriamo che ci permettano di non essere d'accordo con la santa ipocrisia.

Circa la mossa di WV di passare la mano alla «politica» (che deve dare «risposte legislative adeguate e moderne» alla laicità dello Stato), sono da leggere con attenzione le parole di Riccardo Barenghi sulla «Stampa» odierna, proprio sul doppio scacco politico del governo e quindi di Veltroni come segretario del Pd per il decreto sulla sicurezza e per la legge elettorale («ha sbagliato il metodo»).
Conclude Barenghi che «nel suo partito non sono pochi quelli che non vedono l’ora di sgambettare il leader e ridimensionarlo. Figuriamoci nel resto del Palazzo».

Fonte
Publié le 16/12/2007 à 18:05
Par antoniomontanari
Galileo «Il frate che assolse Galileo». Il titolo della mezza pagina della «Stampa» di stamane, nel ricordo di padre Enrico di Rovasenda, scomparso ieri a 101 anni, rimanda al 31 ottobre 1992, quando Giovanni Paolo II cancellò la condanna a Galileo, frutto (disse il papa) di «una tragica reciproca incomprensione» tra scienza e fede.
Riprendo la citazione dal bell'articolo di Alberto Mattioli, pubblicato a pagina 36.

Dalla Radio Vaticana, riporto la biografia del padre domenicano:
«Un testimone straordinario dell’apostolato intellettuale: è questo il tratto distintivo, nella sua lunga vita terrena, del domenicano Enrico di Rovasenda, spentosi stamani nel convento di Santa Maria di Castello, a Genova, all’età di 101 anni. Nato nel 1906 a Torino, a soli vent’anni si laurea in ingegneria nel capoluogo piemontese. Nel 1929 entra nell’Ordine dei Frati predicatori e inizia la formazione presso il convento di San Domenico a Chieri, fino all’ordinazione sacerdotale avvenuta nel 1933. Amico fraterno di Piergiorgio Frassati, collabora con il futuro Papa Paolo VI, negli anni in cui Montini è assistente della FUCI, la Federazione Universitaria Cattolica Italiana. Dopo la licenza e il dottorato in Teologia, studia filosofia a Parigi. Ritornato in Italia a metà degli anni Trenta, ben presto diventa punto di riferimento della cultura cattolica della città. Nel 1974, Papa Montini lo nomina direttore della cancelleria della Pontificia Accademia delle Scienze. Incarico confermato da Giovanni Paolo II, fino al compimento degli ottant’anni. Tuttora era membro onorario dell’Accademia. Dal 1977 al 1992 è anche assistente ecclesiastico prima del Movimento laureati di Azione Cattolica e poi del Movimento ecclesiale di impegno culturale. Da 15 anni si era ritirato nel convento di Santa Maria del Castello di Genova. Proprio qui, lunedì prossimo alle ore 11.30, saranno celebrati i suoi funerali. (A.G.)»

Il caso ha voluto che oggi pomeriggio, ripulendo un po' sedie e scrivanie, trovassi una pagina di «Repubblica» dello scorso 19 giugno. Titolo «I calcoli di Newton: l'apocalisse nel 2060». Sottotitolo: «Gerusalemme, in mostra inediti del grande scienziato su cabale e alchimia».
Alberto Stabile spiega che Newton non vedeva nessuna contraddizione fra scienza e fede. E che compose 15 pagine di quaderno sull'alchimia che all'epoca «godeva del prestigio di cui godono la fisica nucleare e l'ingegneria genetica messe insieme».
Ciò a dimostrazione che il cammino della scienza è molto lento e contorno. Non un piatto precotto di verità. Anzi ciò che oggi appare tale, domani potrà essere smentito da altre scoperte. Ecco perché la verità della scienza non è mai un dogma.

Contro il dogma dovette scontrarsi Galileo. Un pensiero di gratitudine, dunque, al domenicano padre Enrico di Rovasenda deceduto ieri, per la sentenza vaticana del 1992.

Publié le 15/12/2007 à 19:14
Par antoniomontanari
Lcmwv15122007 Pure l'allegro Renzo Arbore ha sempre avuto i suoi «momenti di tristezza», racconta la sua "leggenda".
Figurarsi noi. Anche prima di leggere la diagnosi del «New York Times». Il suo corrispondente da Roma ha scritto che siamo il popolo più triste d'Europa. L’Italia è una nazione «attanagliata dalla paura». Alla frutta. «L'Italia non si vuole più bene: c'è un senso di malessere generale nel Paese».
Commenta Luca Cordero di Montezemolo su «Repubblica» di oggi: «Qui chi nasce povero rischia quasi sempre di morire povero».  L'Italia non ha al centro dei propri pensieri l'educazione, quindi il futuro dei giovani. Trascura il bene comune. Troppa evasione fiscale («che è un furto») e troppi incidenti sul lavoro. Dobbiamo puntare sulle capacità delle persone, premiandone il merito, e non sulla cooptazione.

Oggi Veltroni ritorna sull'articolo del NYT, e propone la sua ricetta: «L’Italia ha bisogno obiettivamente di ritrovare fiducia, sorriso, serenità, energia e speranza».

Mettendo sulla bilancia del realismo politico l'intervista di LCM e le parole di WV, il piatto sale per il presidente di Confindustria. Sintomo allarmante, se appare più moderna Confindustria che è per dote genetica l'immagine del conservatorismo.

Qualche sera fa il sen. Giorgio Tonini, ospite di Giuliano Ferrara, dichiarava il Pd un partito di centro. Era nato con la pretesa di rappresentare il riformismo di centro-sinistra. Ha perso per strada già qualcosa della dote che aveva offerto agli elettori. Avanti di questo passo, e Veltroni sarà meno progressista e riformista di LCM.
La cosa rende ancora più tristi. Non per non condividere le opinioni di LCM. Ma per constatare come l'Italia stia perdendo tempo prezioso. Tra le solite recite di Silvio Berlusconi che si proclama perseguitato dai magistrati, e le sdolcinate prediche di WV. Dove trovare (anzi ritrovare) «fiducia, sorriso, serenità, energia e speranza»?

Il «dubbio» odierno di Pietro Ostellino sul «Corriere della Sera», tratta di «poteri separati e ben squilibrati».
Partendo dal caso Forleo-De Magistris, scrive: «indagavano su personalità del centrosinistra [e] sono stati censurati dal Consiglio superiore della magistratura».
Poi va giù pesante con il capo dello Stato. Sulla cui figura osserva in generale: «a me pare farisaico continuare a ritenere - chiunque egli sia - una sorta di Immacolata Concezione al di sopra delle parti politiche».
In particolare su Napolitano, riporta le sue parole d'invito  a magistrati e giudici «a non inserire in atti processuali valutazioni e riferimenti non pertinenti e chiaramente eccedenti rispetto alle finalità dei provvedimenti».
Ostellino le commenta così:  «più di una raccomandazione 'tecnica' [...] sono parse un messaggio 'politico'».
Conclusione: «siamo ancora uno Stato di diritto?».
Personalmente propendo per la risposta negativa, non soltanto per le vicende Forleo-De Magistris, ma per il fatto stesso che in Italia oggi la Giustizia non funziona. E se non funziona essa, appunto lo Stato di diritto o è un ricordo o è una chimera.
Dovendo scegliere tra ricordo e chimera, propenderei per la seconda. Infatti i guai denunciati da LCM sono molto antichi. Non soltanto di oggi.
In Italia pochi sorridono e molti ridono. Anzi deridono. È questo l'aspetto tragico della nostra situazione politica. Non abbiamo paura del nuovo, come pensa Veltroni. Abbiamo timore del vecchio che non vogliamo scrollarci da addosso: l'evasione fiscale, gli incidenti sul lavoro, la cooptazione di cui ha parlato LCM. Ma Veltroni non legge «Repubblica»?


A gridare «Allegria» è rimasto soltanto Mike Bongiorno. Chissà perché.
Publié le 12/12/2007 à 17:56
Par antoniomontanari
Bacone Tirato per i pochi capelli che ho in testa (dove la confusione regna sovrana come dimostra il lapsus di ieri, avendo scritto l’errato Ruggero al posto dell’esatto Francesco), sono costretto a tornare su Bacone, con nessuna autorità, ma soltanto per impegno morale dopo quello che ho letto in alcuni commenti.

Francesco Bacone  è fra i costruttori della nuova immagine della Scienza: cfr. il cap. 2 del volume «Dalla rivoluzione scientifica all’età dei lumi», testo di Paolo Rossi (p. 44, ed. TEA, 2000).
Qui leggiamo anche che Copernico nel difendere la centralità del Sole «invoca l’autorità di Ermete Trimegisto» (p. 47).
La storia della Scienza non è un percorso lineare tipo supermercato, dove tutto si trova (fino a che non cambiano l’ordine negli scaffali…).

Dividere lo scienziato dal filosofo, per me è molto difficile. Non credo che sia un’operazione facile per nessuno. Sopra una persona non sappiamo percentualmente quale sia l’influsso ‘genetico’ del padre e quale quello della madre (vedasi Mendel).
A meno che non si faccia come nelle scenette di litigio domestico, dove uno dei due coniugi rimprovera all’altro le corbellerie di «tuo figlio»…

Quanto alla storiella del Bacone «ottuso», beh, ognuno può raccontare le balle che vuole se prescinde dagli scritti della persona che si accusa.
Ma questo non è un metodo scientifico.
Al primo corso di Filosofia teorica ebbi come docente uno spiritualista rimasto del tutto ignoto sia ai posteri sia ai contemporanei, il quale amava spiegare che soltanto lui aveva compreso l’essenza del pensiero greco. Insomma secoli e secoli di storia della filosofia erano da lui buttati nel cesso, con quella leggera piega del labbro che si forma davanti ad oggetti non propriamente profumati. Per cui a lui si addiceva la massima «dalla escatologia alla scatologia il pensiero corre veloce».

In un commento ritrovo l’atteggiamento che 50 anni fa caratterizzò «Le due culture» di Sir Charles P. Snow (1905-80), fisico e scrittore inglese, un volume ristampato anche nel 2005.
Da vecchio (aspirante) umanista, non trovo nulla che vieti di conciliare scienza e filosofia in un percorso che è comune nella storia della cultura.
Ne ho scritto qualcosina a proposito di un testo del 1600, di un galileiano che si accorge però come sia difficile leggere tutto e subito nel libro della Natura (riassumo un concetto più ampio).
Se qualcuno desidera avere il testo in formato .doc per mail mi scriva, e sarà esaudito.

Non capisco, lo dico con franchezza, il gioco di parole che dal bacon porta alla mortadella, e poi la chiusa sui quattro Maestri, rei di non averci informato che Bacone era «ottuso».

Quando si discute di persone di alto livello come sono o sono stati i quattro docenti che ricordavo, beh, gradirei che il lettore che commenta lasciasse perdere le spiritosaggini e discutesse seriamente.

Parlare di Storia medievale o di letteratura del Cinquecento non significa dimenticare la dimensione “contemporanea”, ma non riguarda né l’euro (che ci ha salvato da un’inflazione che sarebbe stata tremenda) né la gestione delle Coop (l’altro ieri ho comprato a 29 euro, con sconto socio, un telefonino uguale a quello pagato 49 in negozio l’estate scorsa…).

Le citazioni di Anna Rosa Balducci da un testo che ho letto tempo fa con grande attenzione, «L’etica del lettore», è la più ampia dimostrazione di quell’umanesimo di cui parlano le persone serie come Ezio Raimondi.
Cioè una visione della vita che non sia egotista contemplazione del proprio ombelico, ma senso di partecipazione a qualcosa che coinvolge anche l’«altro»: «Non si dà vero dialogo col testo senza avvertire la responsabilità dell’altro in sé».
Ripeto: «responsabilità dell’altro in sé». E non si pensi che siano cose secondarie o ininfluenti. Se le si comprende, si ragiona a tono. Altrimenti è meglio lasciar perdere.

«Cosa dire?» dei quattro illustri Maestri, si è chiesto un lettore. Io so che cosa dire, lui ha saputo soltanto deriderli, con la tecnica del lupo della favola che dice all’agnello di essere stato offeso da suo padre… [«Repulsus ille veritatis viribus: / "Ante hos sex menses male - ait  - dixisti mihi". / Respondit agnus:  "Equidem natus non eram!" / "Pater, hercle, tuus - ille inquit  - male dixit mihi!"»]. Scherziamo con i fanti e basta.
Publié le 11/12/2007 à 18:25
Par antoniomontanari
Papa_bacone«Purtroppo inesatta» è l’immagine di Francesco Bacone presentata dall’enciclica papale «Spe salvi». Lo scrive il supplemento culturale «Domenica» del «Sole-24 Ore» del giorno 9 dicembre 2007, nel sottotitolo del pezzo composto dal prof. Paolo Rossi. Il quale è uno dei maggiori studiosi di Storia della Scienza in tutto il mondo, non soltanto in Europa.
Non ho la pretesa di riassumere cose che Rossi spiega in maniera molto chiara, come sua consuetudine. Segnalo soltanto alcuni punti del suo articolo, sperando che a qualcuno venga la voglia di leggerlo integralmente.

Le considerazioni pontificie, dunque, non «sembrano accettabili», secondo Rossi. Bacone, facendo la distinzione fra magia e scienza, conclude che «il fine della scienza» non ha a che fare con l’orgoglio e l’ambizione (come per la magia), ma riguarda «il benessere di tutti i viventi, è la carità».
Bacone «non pensa per nulla all’esistenza di un rapporto necessario fra aumento del sapere-potere e crescita morale».

Per Bacone, «la tecnica è ambigua per essenza», perché (sono parole dello stesso Bacone), «può produrre il male nel contempo offrire il rimedio al male»: «faciunt et ad nocumentum et ad remedium».
La citazione è presa da «De sapienta veterum» (1609).
Dove si narra la storia di Dedalo che per consentire a Pasife di accoppiarsi con un toro (e poi, commento mio, parliamo di corruzione contemporanea, relegando il peggio nella mitologia…), costruisce una macchina adatta alla bisogna. Ecco un esempio di invenzioni applicate al male…

Conosco il prof. Rossi da circa 45 anni, è stato mio docente di Storia della filosofia al Magistero di Bologna, nella sua materia mi sono laureato discutendo una tesi che ha avuto come controrelatore l’italianista prof. Ezio Raimondi, altra figura di studioso conosciuta in tutto il mondo. Fummo molto fortunati ad avere quali insegnanti delle persone come loro due, ma voglio ricordare anche Luciano Anceschi (Estetica), Giovanni Maria Bertin (Pedagogia) e Gina Fasoli (Storia medievale e moderna). Sono nomi che ritrovate in ogni testo che riguardi le loro discipline, tanto alto è stato il loro contributo alla cultura italiana.

L’intervento discreto ma fermo di Rossi su Bacone documenta come spesso, nella trattazione di un argomento, si prendano rappresentazioni non corrispondenti alla verità empirica di quello stesso argomento.
A questo aspetto sono dedicate le righe conclusive del testo di Rossi che spiega come l’immagine deformata di Bacone sia nata esattamente sessanta anni fa con la «Dialettica dell’Illuminismo» di Horkheimer e Adorno.

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