Ogni generazione ha le sue storielle da raccontare sull'Università. Ai miei tempi andava di moda una battuta relativa ai medici. Era una domanda da rivolgere al dottore sotto le cui mani fossimo per caso finiti (... per non essere "finiti" del tutto): «Scusi, signor medico, lei si è laureato prima o dopo il '68?».
La sfiducia nell'Università del 18 concesso tutti (il cosiddetto «18 politico»), era talmente profonda che la si reputava un'istituzione ormai inutile. Invece, l'Università vive tuttora e lotta insieme a noi. Forse combatte soltanto per sopravvivere, forse si è già eclissata nella sua funzione fondamentale, e vegeta unicamente per giustificare le spese di bilancio.
Chissà. Certo è che non si resta bene nel leggere quello che ha scritto stamani sulla «Stampa» il prof. Antonio Scurati: «I nostri laureati, in molti casi, sono semi-analfabeti di andata e ritorno». In molti casi...
Bisognerebbe chiedersi in «quali» casi, se cioè quei semi-analfabeti sono destinati soltanto ad inquinare licei o scuole medie come insegnanti, oppure se vivranno nel settore scientifico e scenderanno nelle corsie ospedaliere o negli ambulatori medici... (tanto per tornare alla battuta post-68).
Sapere ed ignoranza non sono mai concetti astratti. Amore, diceva una definizione da linguisti, è parola astratta. Però se una giovane resta incinta...
Scurati non è ottimista per nulla: «Questa rotta porta con sé un corollario terribile: stiamo rinunciando a ogni pedagogia, al tratto magistrale del nostro insegnamento, e con esso stiamo abbandonando qualsiasi idea di paideia. Dopo millenni, stiamo smettendo di credere che l’adulto possa e debba educare il giovane, che il giovane gli sia sottoposto quanto ad autorità e inferiore quanto a conoscenza.»
Lo stesso sentimento di disperazione è in un pezzo che Francesco Merlo ha pubblicato su «Repubblica» di oggi, dove si conclude che in Italia la scuola «da luogo di formazione dell'èlite» è divenuta «luogo di deformazione di massa».
Siamo ancora in tempo per rimediare qualcosa, oppure i buoi sono già usciti dalla stalla, e ce li hanno addirittura fregati?
Da spettatore un poco informato, non darei tutta la colpa ai giovani. I quali molto spesso sono soltanto vittime di un sistema che li rende succubi e li vuole obbedienti ai valori del padrone del vapore o del vaporetto.
Molto spesso, troppo spesso l'università di oggi è soltanto non una fabbrica di diplomi di laurea, come si sente dire in giro, ma è la fabbrica di cattedre per sistemare amici, parenti, colleghi con il grembiulino o la chierica (anche allegorica), insomma tutto un sottobosco di ambizioni arroganti ed ignoranti, nel senso etimologico della parola: perché non sanno nulla di quello di cui parlano.
Basterebbe un pubblico dibattito per metterli a tacere, per mostrare che dietro la loro superbia c'è soltanto aria fritta che enti pubblici poi trasformano in zucchero filato, in quell'eterno giro che passa attraverso le amministrazioni locali e può arrivare persino alle grandi case editrici.
Di recente è uscito un volume di un classico latino non troppo noto, ma pane soltanto degli specialisti. Un amico ha scoperto che la traduzione in italiano è stata condotta non sul testo originale latino (troppo semplice e troppo ovvio), ma sopra una... traduzione in francese. Ovviamente questo traduttore salirà prima o poi su qualche cattedra con tutti gli onori, se non c'è già.
